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I Massive Attack li avevo visti a Londra, alla Brixton Academy, nell’aprile del 2003. Un concerto di cui non ricordo quasi nulla se non una sensazione: era stato uno show meraviglioso. Non chiedetemi che canzoni hanno suonato, quale mi era piaciuta di più. Ancora oggi non mi interessa. Quello che mi è rimasto dentro è stato lo stato di trance catartico che mi sono goduta in quelle due ore di musica e ballo e la scenografia sulla quale suonavano: un enorme schermo sul quale passavano parole e dati. Cifre che dicevano quante persone stavano nascendo e morendo in quel momento, quanti dollari venivano spesi per le guerre in corso in quel periodo; parole che facevano viaggiare attorno al mondo e dentro di sé.

Ieri sera sono tornata a vederli a Conegliano. Ero scettica, prima di comprare il biglietto: che i gruppi peggiorino non è una novità e la platea veneta mi attirava meno di quella inglese. Ma è capitato che, per coincidenza, ci sarei potuta andare con gli stessi compagni di viaggio dell’avventura londinese che, a distanza di sei anni, rivedevo per la prima volta contemporaneamente. Affascinata da questo incastro, mi sono lasciata convincere. Ed è stata tutt’altro che una delusione.

La musica è quella di sempre, io più lucida e serena. E ho cercato di osservare i musicisti per capire cosa mi avevano fatto quella volta per rimanere così impressi nella mia coscienza. E l’ho afferrato: hanno qualcosa da dire. I suoni sono lo strumento medianico con il quale veicolano nella coscienza il messaggio; il messaggio è quello che scrivono alle loro spalle. Messaggi coraggiosi e chiari, senza paura di essere fraintesi e censurati. Hanno parlato dei dollari spesi per le spese mediche mensili in Nigeria ($ 6 procapite) e dei numeri con lunghe code di zeri dei colossi assicurativi e finanziari; hanno usato il loro potere per ripresentare citazioni sulla libertà di grandi uomini, da Rousseau a Malcom X.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato che hanno saputo declinare il messaggio al luogo. E così, sulle note di Inertia Creeps (notare bene l’accostamento :-) ), hanno fatto scorrere frasi che riguardavano la cronaca italiana: dal caso Mills al lodo Alfano, dal ragazzo picchiato in carcere a Marrazzo. Dalla folla si è alzata pura energia. E, quando hanno concluso lasciando il senso di quel collage di fatti e accadimenti, personalmente ho sentito un brivido: gli innocenti non hanno niente da temere.

Ecco, in una serata di un novembre in cui non si può parlare con qualcuno senza esprimere sdegno e vergogna, sono arrivati gli inglesi a dirci come si fa. L’onestà intellettuale è naturale, in qualche luogo lontano da qui.    

D.W.

Viviamo in una società che ci vuole anoressici. O, al massimo, bulimici.
Perchè chi non mangia, o mangia e poi vomita come se nutrirsi fosse peccato, ha un solo tipo di energia: quella dei nervi che comandano di sopravvivere perchè così c’è scritto nel nostro Dna.
Chi non si nutre è meno pericoloso. Prima o poi stramazza, esaurito. Ha la forza necessaria per adempiere al minimo necessario ma certamente non ha tempo e voglia di pensare, di sentire, di creare.
Che questa società ci voglia innocui mi sembra abbastanza palese. Chi è innocuo non genera cambiamento. Chi è innocuo lascia che siano gli altri a decidere non solo la vita che succede ma anche la reazione a quella vita che capita. Chi è innocuo è un morto che cammina.

Per la fortuna e l’intraprendenza che ho avuto di viaggiare, ho visto persone e popoli che hanno fame nel senso materiale del termine. E’ terribile, non c’è dubbio. Ma quello che mi aveva più colpito è che a quella gente non mancava un sorriso sulle labbra. Avevano il desiderio di cantare, ballare, toccarsi, celebrare la vita.
Noi no. Noi, arrogante popolo occidentale che guardiamo sempre gli altri pensando di dover insegnare loro qualcosa, non abbiamo fame di cibo ma neppure di vita. Siamo popoli anoressici, emozionalmente.

Ieri, ascoltando di nuovo la musica che ascoltavo prima di partire e tornare in me stessa (come dice una mia amica, io ritorno quando parto), ho sentito con occhi nuovi una frase di “Piromani” di Le luci della centrale elettrica:
E tornino a scoppiare a ridere le nostre madonne bulimiche.
E tornino a crepare – ma dal ridere –
le nostre madonne anoressiche…
In questo viaggio ancora impacchettato sul pavimento di casa, ho riso come erano anni che non mi capitava di fare. Ho riso con pezzi di pancia che mi ero scordata di avere. Ho riso con le lacrime, quelle di cui gli occhi hanno bisogno per lubrificarsi ma che non per forza devono uscire per disperazione. Ho riso lasciando che gli amici e la vita mi facessero tremare l’anima, fiduciosa che non c’era nessuno che voleva farmi del male.
So cosa vuole dire essere una madonna anoressica, e so che nel luogo in cui vivo questo è quello che vorrebbero per me perchè fa comodo, a loro. Però so anche che ci sono poche (ma ottime) persone che per me desiderano quelle risate piene di nutrimento, che vogliono vedermi florida e felice e sentirmi ridere.
E anche se appena ho toccato il suolo metallico della mia terra d’origine mi sono sentita spezzata in due come se avessi ricevuto un pugno nello stomaco, sono convinta che ciò verso cui voglio tendere sia di nuovo quella risata. Tonda, viva, completa. Una risata di felicità per chi vuole condividerla con me; un ghigno feroce verso chi non ha capito un cazzo della vita e vuole spacciarmi le sue verità come le uniche possibili.

Vorrei che questa fosse la mia rivoluzione. Non la vedo come una cosa facile, purtroppo. Ma c’è una parte di me che adora le sfide. E io, adesso, mi ricordo quello per cui vale la pena lottare.

D.W.

Mi sono svegliato e…

In questo risveglio di fine settembre potrei scrivere tutto e niente.
Sul pavimento di FreedHomE c’è ancora uno zaino avvolto nel cellophane e una fascetta di plastica con scritto “Beijing Capital International Airport”. Prima di aprirlo aspetto di aver esaurito le lacrime che l’impatto con quella che chiamano la realtà quotidiana mi ha fatto vomitare.
Dentro quello zaino c’è un sogno. Un cerchio che si è aperto il 7 settembre e che si è chiuso ieri. Un enorme pacco regalo del destino in cui è contenuta la capacità di essere me stessa senza paura e forgiare di conseguenza la vita intorno a me. Uno scrigno in cui ho assaporato nuovamente la profonda similitudine con le mie anime gemelle e il gusto della diversità di ogni terra, di ogni essere umano, di ogni emozione. Un carillon che mi ripete con sicurezza che le cose che io sono in modo importante sono tre e che tutto il resto è solo energia da trasformare.
Quelle cose che io sono stanno in tre parole: viaggiatrice, scrittrice, amante. Non importa l’ordine perchè sono così strettamente collegate tra di loro che togliendone una vengono a mancare anche le altre.
Per oggi, e per domani, e per dopodomani, ho solo un sogno: che il cerchio di energia che si è formato tra Hong Kong e Pechino, nelle terre sconfinate e violentate di una Cina che non può dimenticarsi di essere Asia, si rompa in uno dei suoi infiniti punti e inizi a srotolarsi come una linea continua nel mio presente. Un presente prezioso, che non voglio sprecare nei lamenti e nei rimpianti e nelle insicurezze e che vuole essere viaggio anche quando non ci sono chilometri on the road da bruciare sotto i piedi.
Quello che l’Asia mi ha ricordato è che non possiamo controllare ciò che succede intorno a noi ma che abbiamo piena libertà di scelta sulla nostra reazione a ciò che capita. La mia è un’anima nomade; e voglio che questo sia un dono, non una maledizione. Sta tutto nella mia prospettiva; e io ho capito che a qualsiasi latitudine o longitudine io sono felice se mi sento nel flusso della vita.
Qui, dove la vita è ingabbiata in una società che non mi rispecchia, io so come devo reagire: risvegliare sensi e Sensi più profondi per tirare fuori le emozioni dell’infinito dalle gabbie in cui le hanno rinchiuse. Anche se lo so, non è facile farlo. Ma ho il diritto e il dovere di provarci.
La cultura igienica occidentale mi detterebbe di farmi una doccia, ma ho paura che l’acqua si porti via l’odore di viaggio della mia pelle. Mi laverò, prima o poi: ma solo quando sarò certa che quel profumo io lo possa sentire fuoriuscire da dentro. Perchè quello che ho dentro è un sogno e non permetterò ai mostri sotto il mio letto e agli incubi che vedo fuori di portarmi via quello che sono e che voglio essere.

D.W.

La mia vita (e quella di molti, la maggior parte, mi pare) è piena di accessori. Alcuni sono indispensabili come la cintura che regge i pantaloni; altri sono minuscoli gioielli che la rendono scintillante; altri sono delle patacche di bigiotteria che ci spacciano come pietre preziose che per avere con te dicono sia lecito fare di tutto.
Di quest’ultima tipologia di accessori secondo me è arrivata l’ora di disfarcene. Per quanto mi riguarda lo penso già da un po’, e so che non sono la sola. Mi piacerebbe che se ne parlasse di più perchè di solitudine percepita ce n’è così tanta in giro che ci ha ottuso i sensi.

Ho smesso di scrivere, in questo blog e altrove. A parte qualche appunto scarabocchiato sulle Moleskine che dovrà trovare il tempo per ricercare la sua forma, sono andata in astinenza di parole pensate, riflesse, importanti. Di altri tipi di parole ho fatto il pieno, così tanto da essere arrivata al punto di sentire il mio cervello vomitare cazzate. Non vi nascondo che sono arrivata alla frutta, come si suol dire. Chi sa cos vuol dire avere un senso e sentirsene privato, sa cosa provo e ho provato a non avere le coordinate per la scrittura, che in questo momento della vita per me è ciò che dà un senso a tutto il resto.
Con i metri di giudizio di chi mi sta intorno, la mia vita esteriore è una figata. E, sia chiaro, non me ne lamento. E’ quella interiore che voglio che sia diversa. Voglio che abbia più spazio, per respirare. Così mi sento asfissiata. E non va bene.

Domani parto: vado a est, e così a est non ci sono mai stata. Sono stata anche a ovest, che così a ovest non c’ero mai stata. Insomma, un’estate ai poli opposti. Un sogno e un incubo contemporaneamente. Un periodo in cui mi sembra di aver smarrito la mia logica (come si vede da queste parole) e, nonostante la momentanea sofferenza, visto che si tratta di un cambiamento, sono convinta che sia un dono. Ancora da scartare.

Ho già detto che adoro l’autunno. Quando tornerò, qui sarà autunno. E le foglie che cambiano colore sono certa che mi porteranno la saggezza di ritagliarmi del tempo per scartare con calma il regalo che mi ha lasciato questa estate folle. Se qualcuno pensa che per cambiare sia necessaria troppa sofferenza, voglio dirgli che non è così: ne sono convinta (forse una delle poche cose di cui sono convinta). La sofferenza nostro malgrado, quella subita, è l’inferno; in visione dantesca, quella che serve a trasformarci è un semplice purgatorio perchè si sa che finirà, prima o poi. Molto prima se non se ne è terrorizzati, e se si ha il coraggio di chiedere aiuto.

Cambio carattere. Negli ultimi post è stato WordPress, mio malgrado, a impaginarli come voleva. Questo no: scelgo io di cambiare. Per me che ho manie di ordine estetico è scardinante ma, quando si ha fatto indigestione di ordine antiestetico (rigido, non morbido), il disordine acquista un valore.

Un ultima cosa (per il momento): la natura. Anche di quella ho fatto il pieno quest’estate. Ma, a differenza del resto, ho scoperto che di lei non sono mai sazia. Erba verde e cielo azzurro, con il sole che coccola la pelle in una giornata di fine estate; il mare, dove ritrovare fluidità; ghiacciai e foreste in cui smarrirsi con lo sguardo cercando un orizzonte che non esiste. Il cemento serve per vivere tranquilli, ma troppa tranquillità stona. Fa male. Vorrei urlarlo alla mia terra ma ho finito la voce. Vado a riprendermela in un’altra terra. Che non è perfetta, lo so. Ma almeno è diversa. E dove l’omologazione rischia di sedarti l’anima, io – ancora una volta – non trovo altra soluzione che andare a svegliarmi altrove. Questa volta però so che tornerò. Lasciando sulla strada dietro di me i miei malgrado e riprendendo a vivere come se il mio valore (quello vero) fosse indispensabile al mondo per fare un passo in più.
Verso dove, ancora non l’ho capito.

D.W. (back in life)

Hai paura del buio?

Flash uno. Ieri sera. Concerto degli Afterhours, preceduto da quello de Le luci della centrale elettrica, nella foresta libera di Sherwood, ricostruita per l’occasione nel parcheggio dello stadio Euganeo di Padova.
Tante voci dissonanti che mi circondano. Un ragazzo grida Venduti rivolto al palco. Per poco non scoppia una rissa per un ombrello di troppo aperto in mezzo al pubblico umido. Le opinioni dei miei amici si rimescolano nel mio cervello portando informazioni sulla Digos che senza mandato ha perquisito la location, sugli scontri tra i celerini e i manifestanti a Vicenza, sull’onestà intellettuale necessaria ma mancante a chi avrebbe dalla sua parte buone motivazioni ma non le sa trasformare in fatti concreti. A fine serata non capisco più niente, ho solo voglia di spegnere il cervello sapendo che non scapperò dalla depressione al risveglio: è il prezzo della consapevolezza, e accetto di pagarlo.
Questo frastuono ha l’odore della disperazione. La povertà di un popolo che, finché non si è trovato nella merda, non ha capito di essere una nazione; la rabbia degli individui impotenti di fronte ai meccanismi del potere; l’autismo di persone che hanno dimenticato come si comunica senza polemizzare. Queste sensazioni stanno addosso a tutti come un vestito macchiato che non si vuole togliere, anche se solo per lavarlo, perché si ha paura di restare nudi. So di indossare anch’io questo vestito, mio malgrado. Umanamente, come tanti.
L’unica cosa che squarcia le nuvole è la musica. Manuel e la sua faccia tosta: la persona che voleva essere indipendente dalle major, ma anche dagli indipendenti. Uno che, a mio parere, ci è riuscito. Prendendosi addosso anche le critiche di chi, tra i cosiddetti alternativi, gli hanno dato del corrotto perché è salito sul palco di Sanremo senza neppure ascoltare cosa è andato a dire, su quel palco.

Flash due. Questa mattina. Pc acceso con la tazza di tè alla vaniglia e un panino al cioccolato pronti accanto a me per il rito della colazione domenicale. Giro consueto dei blog, ma è estate e pochi scrivono. Arrivo sul blog di un’amica, una persona che forse conosco poco ma per cui provo molto affetto. Trovo un post triste, tristissimo: una dichiarazione di resa, un abbandono cosciente dei propri sogni giunto per sfinimento. Nessun giudizio, solo lo stesso odore della disperazione, quella di cui l’aria si satura ogni giorno di più in questo nostro paese. Provo a commentare, spero in uno sfogo passeggero. E invece, quando riaggiorno, c’è un nuovo post che chiede rispetto per la sua scelta. Non posso che concederglielo, anche se vorrei essere in grado di fare molto di più perché lei – e tante altre persone – non si trovino di fronte a quel bivio.

Flash tre. Questa sera. Torno da un pomeriggio al mare in solitudine: è la mia strategia per pulirmi gli occhi dall’eccesso di sporco e conservare la lucidità necessaria a gestire una nuova settimana al fronte moderno, quello del capitale. Infilo nel dvd un regalo di qualche anno fa: il primo dei due dvd che raccontano la storia della carriera degli Afterhours. Li ho già visti, ma ho voglia di farmi ispirare nuovi pensieri. Ascolto. Procedono in ordine cronologico e arrivano a Hai paura del buio?. Non si trova un produttore. Registrano l’album facendo un debito e sperando che succeda qualcosa. Per un anno quasi smettono di suonare in pubblico: fanno solo un concerto in dodici mesi. Ed è qui che i primi due flash trovano un senso comune: non arrendersi ed avere fede nei propri sogni.

L’inguaribile ottimista che crede nella possibilità del cambiamento, anche di fronte allo sfacelo: questa è la parte di me che i miei amici odiano. Ed amano.
Anche se la mia opinione non è stata richiesta (ma d’altronde questo blog è mio e ci scrivo quello che voglio :-) ), sulla questione disperazione + speranza vorrei dire questo: non crediate che non capisca solo perché continuo a sperare. Capisco la vostra disperazione, ci siamo in mezzo tutti. Proprio tutti, anche i colpevoli che l’hanno generata. E’ endemica, ormai. Ma mollare significa smettere di vivere. Ci si può travestire, si può rallentare il ritmo, si deve cercare di prendere fiato. Si può anche impazzire. Siamo umani. Ma mollare… per piacere, no. Credo sia l’unico dovere morale che ci è rimasto dopo la morte di Dio: vivere la vita. E il sogno non può che esserne parte integrante.

D.W.

“A quanto pare, ogni tanto gli adulti si prendono una pausa per sedersi a contemplare il disastro della loro vita. Allora si lamentano senza capire e, come mosche che sbattono sempre contro lo stesso vetro, si agitano, soffrono, deperiscono, si deprimono e si chiedeno quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare.”

Da L’eleganza del riccio di Muriel Barbery

 

Non so, dopo due mesi abbondanti di assenza, come far riprendere il filo agli sparuti lettori (se ce ne sono ancora) di questo blog. Proverò con un attacco in medias res.

La scorsa settimana, durante un weekend al mare umido di nuvole, mi sono divorata il libro di cui sopra. Bello, uno di quei bestsellers che meritano di essere tali. Leggero, ma profondo. A poche pagine dall’inizio sono inciampata in questa frase: … quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare. Un pugno nello stomaco perché in questo momento so di essere arrivata in un luogo emozionale che rappresenta quello contro cui mi sono scagliata per anni ed anni di ribellione. Mio malgrado (e, per fortuna, senza perdere la lucidità che me ne fa ancora schifare) sono diventata un’imprenditrice veneta: una che si alza al mattino pensando al lavoro, lavora tutto il giorno, si addormenta rimuginando sul lavoro e di notte sogna il lavoro. Per poi rialzarsi la mattina dopo e riprendere il ciclo. Le settimane stanno scorrendo così, portandosi via un’estate che avevo immaginato completamente diversa. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, la mia idea era di trovare un equilibrio tra otium e negotium e di dedicare tempo e silenzio alla scrittura, alla creatività che – come un feto cresce dentro alla madre – stava prendendo forma nelle mie viscere.

Quello che ancora mi tiene in piedi psicologicamente (perché, dal punto di vista pratico, so che c’è chi fa una vita ben peggiore della mia, anche se vorrei che questo pensiero non mi condizionasse) è che non è che io abbia rinunciato a me stessa e ai miei sogni perché i miei ideali sono andati a male, ma solo perché mi sono presa un impegno in un progetto. E, visto che questo progetto ha coinvolto parecchio tempo della mia vita recente e che coinvolge altre persone, a questo punto non mi posso tirare indietro. Un po’ per me, perché vorrei che questo tempo investito mi porti almeno a quell’indipendenza per cui ho deciso di intraprendere il cammino; un po’ per gli altri che condividono con me questa strada, perché sono persone a cui ho imparato a voler bene e che non lascerei nella merda.

E qui si apre un’altra riflessione: quella sul prendersi impegni. Forse il motivo per cui sto vivendo tutto questo è che, prima o poi, sarebbe stato necessario che mi accorgessi della limitatezza delle risorse umane, in termini di tempo e di energia. Non si può fare tutto per tutti. Io sono una e ho il diritto/dovere di scegliere dove e come impegnare me stessa. Nel caso specifico ho fatto un errore di valutazione: non mi conoscevo ancora abbastanza bene per accettare i miei limiti e i miei punti di forza e decidere di giocare nella mia squadra, senza essermi avversaria, senza inseguire necessità indotte da altri (e per altri leggasi una mentalità che nell’80% dei casi sfiora la patalogia psicologica).

Adesso di tutto questo ne sono consapevole, l’ho imparato a mie spese. Ma, tra il momento della consapevolezza interiore e quello della realtà esteriore, c’è il cambiamento. Un processo che io adoro ma che richiede energie, un po’ di sofferenza e tanto coraggio. Ora sono ancora nella fase in cui, prima di lanciarmi, devo chiudere con il passato: ci vorrà almeno un mese, oltre al tempo già dedicato. E poi arriverà un viaggio, che come tanto tempo fa mi salverà la vita dalle scelte indotte. Ma questa è un’altra storia, e ora fuggo al mare, che qui il caldo della pianura scioglie qualsiasi altra volontà.

D.W.

Mi sono sempre dichiarata una evoluzionaria, piuttosto che rivoluzionaria. Pensavo che per cambiare il mondo bastasse cambiare se stessi rendendosi capaci di spargere sempre più amore attorno a sé e che, di fronte all’evidenza di questo amore, anche gli altri sarebbero cambiati. Non so se fosse ingenuità o arroganza. Mi costa ammettere che le cose non funzionano così. O, almeno, non sempre.

Nei recessi del mio cuore non voglio abbandonare l’idea che sia l’amore a vincere, non voglio trasformarmi in una persona violenta. Ma ci sono giorni in cui il cielo che continua a piangere mi fa pensare che, usando delle parole di Gazzè, tutto quell’amore disperso non era previsto.

Perché a volte le persone usano l’amore altrui, il mio compreso, per evitare di crescere: le proprie convinzioni dolorose, se paragonate all’impegno che richiede il cambiamento, sembrano improvvisamente comode ed insostituibili. Ed io, e noi, faccia a faccia con questo atteggiamento, credo che abbiamo il diritto e il dovere di reagire.

Per un mondo migliore vorrei auspicare che la reazione non scenda mai sul piano fisico e che sia possibile, anche in termini emozionali, addolcirla nella forma; ma se dall’altra parte – per pigrizia, ignoranza, timidezza, debolezza, brama di possesso – si vive arroccati sulle proprie posizioni, non vedo altra soluzione che uscire momentaneamente dalla propria e usare il linguaggio dell’altro per stanarlo da dove si è nascosto.

 

Ripeto: non mi piace ammettere, neppure di pensare, queste cose. I grandi sognatori che ammiro – Ghandi ed Obama, per citarne due – non si sono adeguati al linguaggio altrui per diffondere le proprie parole. E’ stata la forza di quelle parole a parlare da sola, a vibrare potente nell’aria. Ma questo è quello che rimane nella storia, che percepiamo mediaticamente. Forse, nel loro intimo, della sana violenza hanno dovuto usarla anche loro per riuscire a far rispettare i propri confini, a tirarsi fuori dal fango in cui gli altri li volevano annegare.

Il problema rimane sempre uno: trovare l’equilibrio. Il punto migliore, secondo me, non è a metà strada tra gli opposti, ma dove gli opposti coincidono: dove violenza e non violenza si abbracciano, dove gioia e dolore fanno l’amore.

In viaggio, alla ricerca di una terza via, a metà tra quelle già conosciute.

 

D.W.

Questo è il centesimo post di FreedHomE; il primo scritto con una sigaretta accesa con l’accendino che ho comprato ieri (bianco e arancione, con ricamate le parole I feel fine) ed anche il primo di una primavera che quest’anno, nella mia vita, è arrivata in tutti i sensi.

Lo dedico alla mia generazione, prendendo spunto dall’articolo di Beppe Severgnini Cari Ottantini, reagite ai tempi difficili.

 

Su chi è nato negli anni Ottanta, la New Age ha sprecato con una comunicazione poco accorta una teoria interessante: le persone nate a partire dall’anno 1980 hanno livelli di energia più alti rispetto alle generazioni precedenti. D’altronde, non stupisce: siamo nell’epoca della fisica quantistica e, se al CERN lavorano per trovare la particella di dio, ci sarà qualche influsso anche sull’umanità che circonda questo tipo di esperimenti.

Riflettendoci, non si può non ricordare il motto dei supereroi americani: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. E a questo si ricollega appunto l’articolo sopra citato, che ci chiede di reagire e far vedere che non ci lasciamo schiacciare dal mondo che ci siamo trovati tra le mani, crisi compresa.

 

Recentemente, parlando con un amico, ci siamo trovati d’accordo sul fatto che la nostra generazione potrebbe essere fondamentale nei cambiamenti che abbiamo bisogno di apportare al sistema per poter sopravvivere e vivere degnamente.

Non siamo così vecchi da aver perso l’elasticità mentale della giovinezza, l’apertura e la flessibilità necessarie per proporre qualcosa di nuovo, diverso. Però non siamo neppure così giovani da esserci dimenticati com’era il vecchio mondo: nei racconti della nostra infanzia ci sono le storie di guerra dei nonni e per quasi vent’anni siamo cresciuti senza cellulari e senza Internet.

Siamo una generazione – ponte, che quindi potrebbe riuscire a comunicare con tutti, se solo ci provasse.

 

È innegabile che finora siamo stati in silenzio (e tuttora lo siamo), lasciando accadere attorno a noi cose che sarebbe stato meglio non vedere.

Ma, volendo essere ottimista, credo che questo sia dovuto alla necessità di osservare nell’ombra, di conoscere le dinamiche umane tramite l’esperienza altrui, di non essere invischiati nella società per poterci muovere in altri mondi ed immaginare alternative possibili.

E poi, forse, abbiamo anche capito l’errore di chi ha fatto il Sessantotto e stiamo cercando un modo per non ripeterlo: sì, è importante cambiare le cose quando si ha vent’anni ma poi non si può fare finta che non siano cambiate quando di anni se ne hanno quaranta, cinquanta o sessanta e si occupano i posti di coloro contro cui si era lottato.

 

Personalmente credo che ci vorrà ancora qualche anno perché gli Ottantini trovino la loro voce. Ci sono tante cose a cui pensare, tra cui il proprio microcosmo da costruire armonicamente per poter affrontare il mondo in macro.

Ho anch’io un invito da fare alla mia generazione: resistiamo! Per compiere la nostra ri(e)voluzione, è necessario non dimenticarci cosa sentivamo quando eravamo giovani ma saper gestire noi stessi con le capacità e la saggezza delle persone veramente adulte. Arrendersi adesso sarebbe da vigliacchi.

E, per chi pensa di essersi già arreso, c’è sempre un qualche luogo di sé dove ritrovare quello che è andato smarrito. Basta cercare: dentro.

 

D.W.

 

Nota bene: l’invito è rivolto a chiunque, non solo a quelli degli anni Ottanta!

Big little things

Sia la strada al tuo fianco, il vento sempre alle tue spalle, che il sole splenda caldo sul tuo viso, e la pioggia cada dolce nei campi attorno e, finché non ci incontreremo di nuovo, Iddio ti protegga nel palmo della sua mano.”

(benedizione del viaggiatore irlandese)

Ieri era il mio onomastico. Da bambina festeggiavo, poi ho smesso. Ma se penso che S. Patrizio era il protettore dei viaggiatori, mi viene da dire che ho trovato un senso al mio nome (che, nel suo significato classico, non è che mi piacesse molto).

Oggi il mio amato Whisky compie dieci anni. Solo chi ha un cane può capire come, dopo così tanta vita condivisa, il cane di casa sia a pieno titolo un membro della famiglia.

D.W.     

De mutuatione

Premessa: sono una di quelle che ha frequentato la scuola di Baricco odiando Baricco. Oceano mare mi era piaciuto ma al tempo, quando se iniziavo un libro lo portavo a termine, City era tra i pochi titoli di cui avevo interrotto la lettura perché lo trovavo pedante, lezioso, inutile. Gli ero grata per aver creato la Holden perché quello che sono diventata lo devo in parte ai due anni trascorsi tra quelle mura; ma non potevo non criticare le incoerenze, le imprecisioni e certe mentalità con cui – almeno in passato – quell’esperienza veniva gestita. Apprezzavo le sue doti di comunicatore frontale ma non sopportavo la sua mancanza di empatia e il piglio arrogante con cui, forse per timidezza (ah, l’umanità imperfetta!), trattava i suoi studenti. Su di lui avevo un’opinione precisa e non avevo intenzione di cambiarla.

Forse più per confermare le mie ipotesi che per reale interesse, lo scorso settembre sono andata a vedere l’incontro tra lui e Loredana Lipperini a Pordenone Legge, serata dedicata alla presentazione del libro I Barbari. Saggio sulla mutazione. E quando sono uscita dal teatro, forse commossa dalle note di Everything in its right place dei Radiohead che avevano messo come colonna sonora allo sfollamento delle poltroncine, non ho potuto fare a meno di riprendere in mano quell’opinione e confrontarla con l’onestà intellettuale, le nuove prospettive e la maturità che qualche anno in più di vita mi avevano concesso. Da lì, nei riguardi del signor Alessandro Baricco, ho deciso di rimettere la palla al centro del campo e di riservargli quell’atteggiamento assertivo che tutti coloro che esprimono idee tramite le parole scritte meritano.

Per ristabilire l’equilibrio, dopo tanto odio era necessario dell’amore altrettanto intenso. E credo che sia questo l’atteggiamento con cui mi sono bevuta le pagine de I Barbari. Mentre scorrevo le righe snocciolando gli esempi e le riflessioni parallele che la mia mente produceva, le sue parole sono riuscite a farmi dire quello che è uno degli obiettivi della buona scrittura mirata alla comunicazione: sei riuscito a esprimere quello che anch’io pensavo.

 

Terminata la lunga premessa, arrivo alle motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo post: il dibattito sulle sovvenzioni pubbliche alla cultura di cui, tramite gli articoli su La Repubblica (che trovate qui e qui), Baricco si è fatto animatore.

Gli ho letti con qualche settimana di ritardo su suggerimento di alcuni amici che sanno che ultimamente non leggo i quotidiani per prevenirmi la depressione che il gossip politico italiano mi procura. Gli ho letti però fino in fondo, con calma ed attenzione, come lui stesso chiedeva di fare nell’incipit del secondo intervento.

Mi premeva affermare che condivido totalmente la riflessione da lui strutturata. Rimuginando sulla questione (perché, anche volendo rendersi immuni dalla cattiva informazione, qualche straccio di polemica giunge sempre all’orecchio), ne intuivo i meccanismi ma per mancanza di tempo ed interesse non avevo un’idea precisa a riguardo. Leggendo, Baricco è riuscito a farmi dire un’altra volta: ecco, questo è quello che volevo dire.

Credo che nei due articoli fuoriesca il ritratto di un nuovo essere politico: colui che non si identifica più nei significati italiani di destra e sinistra; colui che condivide con una parte il senso della meritocrazia e la constatazione che allo stato attuale delle cose non si può prescindere dall’impatto del mercato e con l’altra i principi di uguaglianza e solidarietà che dovrebbero stare alla base del convivere civile; colui che crede nella libertà rimanendo consapevole di doversi tutelare dalle sue aberrazioni, ma non in maniera preventiva quanto più pragmatica.

A questo essere politico, che già si è formato nella sostanza delle coscienze di alcuni ma a cui in Italia non siamo ancora riusciti a dare una forma, serve una voce. E, quando qualcuno ci prova a dargliela, non può che guadagnarsi la mia stima.

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