I Massive Attack li avevo visti a Londra, alla Brixton Academy, nell’aprile del 2003. Un concerto di cui non ricordo quasi nulla se non una sensazione: era stato uno show meraviglioso. Non chiedetemi che canzoni hanno suonato, quale mi era piaciuta di più. Ancora oggi non mi interessa. Quello che mi è rimasto dentro è stato lo stato di trance catartico che mi sono goduta in quelle due ore di musica e ballo e la scenografia sulla quale suonavano: un enorme schermo sul quale passavano parole e dati. Cifre che dicevano quante persone stavano nascendo e morendo in quel momento, quanti dollari venivano spesi per le guerre in corso in quel periodo; parole che facevano viaggiare attorno al mondo e dentro di sé.
Ieri sera sono tornata a vederli a Conegliano. Ero scettica, prima di comprare il biglietto: che i gruppi peggiorino non è una novità e la platea veneta mi attirava meno di quella inglese. Ma è capitato che, per coincidenza, ci sarei potuta andare con gli stessi compagni di viaggio dell’avventura londinese che, a distanza di sei anni, rivedevo per la prima volta contemporaneamente. Affascinata da questo incastro, mi sono lasciata convincere. Ed è stata tutt’altro che una delusione.
La musica è quella di sempre, io più lucida e serena. E ho cercato di osservare i musicisti per capire cosa mi avevano fatto quella volta per rimanere così impressi nella mia coscienza. E l’ho afferrato: hanno qualcosa da dire. I suoni sono lo strumento medianico con il quale veicolano nella coscienza il messaggio; il messaggio è quello che scrivono alle loro spalle. Messaggi coraggiosi e chiari, senza paura di essere fraintesi e censurati. Hanno parlato dei dollari spesi per le spese mediche mensili in Nigeria ($ 6 procapite) e dei numeri con lunghe code di zeri dei colossi assicurativi e finanziari; hanno usato il loro potere per ripresentare citazioni sulla libertà di grandi uomini, da Rousseau a Malcom X.
Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato che hanno saputo declinare il messaggio al luogo. E così, sulle note di Inertia Creeps (notare bene l’accostamento
), hanno fatto scorrere frasi che riguardavano la cronaca italiana: dal caso Mills al lodo Alfano, dal ragazzo picchiato in carcere a Marrazzo. Dalla folla si è alzata pura energia. E, quando hanno concluso lasciando il senso di quel collage di fatti e accadimenti, personalmente ho sentito un brivido: gli innocenti non hanno niente da temere.
Ecco, in una serata di un novembre in cui non si può parlare con qualcuno senza esprimere sdegno e vergogna, sono arrivati gli inglesi a dirci come si fa. L’onestà intellettuale è naturale, in qualche luogo lontano da qui.
D.W.

