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Hai paura del buio?

Flash uno. Ieri sera. Concerto degli Afterhours, preceduto da quello de Le luci della centrale elettrica, nella foresta libera di Sherwood, ricostruita per l’occasione nel parcheggio dello stadio Euganeo di Padova.
Tante voci dissonanti che mi circondano. Un ragazzo grida Venduti rivolto al palco. Per poco non scoppia una rissa per un ombrello di troppo aperto in mezzo al pubblico umido. Le opinioni dei miei amici si rimescolano nel mio cervello portando informazioni sulla Digos che senza mandato ha perquisito la location, sugli scontri tra i celerini e i manifestanti a Vicenza, sull’onestà intellettuale necessaria ma mancante a chi avrebbe dalla sua parte buone motivazioni ma non le sa trasformare in fatti concreti. A fine serata non capisco più niente, ho solo voglia di spegnere il cervello sapendo che non scapperò dalla depressione al risveglio: è il prezzo della consapevolezza, e accetto di pagarlo.
Questo frastuono ha l’odore della disperazione. La povertà di un popolo che, finché non si è trovato nella merda, non ha capito di essere una nazione; la rabbia degli individui impotenti di fronte ai meccanismi del potere; l’autismo di persone che hanno dimenticato come si comunica senza polemizzare. Queste sensazioni stanno addosso a tutti come un vestito macchiato che non si vuole togliere, anche se solo per lavarlo, perché si ha paura di restare nudi. So di indossare anch’io questo vestito, mio malgrado. Umanamente, come tanti.
L’unica cosa che squarcia le nuvole è la musica. Manuel e la sua faccia tosta: la persona che voleva essere indipendente dalle major, ma anche dagli indipendenti. Uno che, a mio parere, ci è riuscito. Prendendosi addosso anche le critiche di chi, tra i cosiddetti alternativi, gli hanno dato del corrotto perché è salito sul palco di Sanremo senza neppure ascoltare cosa è andato a dire, su quel palco.

Flash due. Questa mattina. Pc acceso con la tazza di tè alla vaniglia e un panino al cioccolato pronti accanto a me per il rito della colazione domenicale. Giro consueto dei blog, ma è estate e pochi scrivono. Arrivo sul blog di un’amica, una persona che forse conosco poco ma per cui provo molto affetto. Trovo un post triste, tristissimo: una dichiarazione di resa, un abbandono cosciente dei propri sogni giunto per sfinimento. Nessun giudizio, solo lo stesso odore della disperazione, quella di cui l’aria si satura ogni giorno di più in questo nostro paese. Provo a commentare, spero in uno sfogo passeggero. E invece, quando riaggiorno, c’è un nuovo post che chiede rispetto per la sua scelta. Non posso che concederglielo, anche se vorrei essere in grado di fare molto di più perché lei – e tante altre persone – non si trovino di fronte a quel bivio.

Flash tre. Questa sera. Torno da un pomeriggio al mare in solitudine: è la mia strategia per pulirmi gli occhi dall’eccesso di sporco e conservare la lucidità necessaria a gestire una nuova settimana al fronte moderno, quello del capitale. Infilo nel dvd un regalo di qualche anno fa: il primo dei due dvd che raccontano la storia della carriera degli Afterhours. Li ho già visti, ma ho voglia di farmi ispirare nuovi pensieri. Ascolto. Procedono in ordine cronologico e arrivano a Hai paura del buio?. Non si trova un produttore. Registrano l’album facendo un debito e sperando che succeda qualcosa. Per un anno quasi smettono di suonare in pubblico: fanno solo un concerto in dodici mesi. Ed è qui che i primi due flash trovano un senso comune: non arrendersi ed avere fede nei propri sogni.

L’inguaribile ottimista che crede nella possibilità del cambiamento, anche di fronte allo sfacelo: questa è la parte di me che i miei amici odiano. Ed amano.
Anche se la mia opinione non è stata richiesta (ma d’altronde questo blog è mio e ci scrivo quello che voglio :-) ), sulla questione disperazione + speranza vorrei dire questo: non crediate che non capisca solo perché continuo a sperare. Capisco la vostra disperazione, ci siamo in mezzo tutti. Proprio tutti, anche i colpevoli che l’hanno generata. E’ endemica, ormai. Ma mollare significa smettere di vivere. Ci si può travestire, si può rallentare il ritmo, si deve cercare di prendere fiato. Si può anche impazzire. Siamo umani. Ma mollare… per piacere, no. Credo sia l’unico dovere morale che ci è rimasto dopo la morte di Dio: vivere la vita. E il sogno non può che esserne parte integrante.

D.W.

“A quanto pare, ogni tanto gli adulti si prendono una pausa per sedersi a contemplare il disastro della loro vita. Allora si lamentano senza capire e, come mosche che sbattono sempre contro lo stesso vetro, si agitano, soffrono, deperiscono, si deprimono e si chiedeno quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare.”

Da L’eleganza del riccio di Muriel Barbery

 

Non so, dopo due mesi abbondanti di assenza, come far riprendere il filo agli sparuti lettori (se ce ne sono ancora) di questo blog. Proverò con un attacco in medias res.

La scorsa settimana, durante un weekend al mare umido di nuvole, mi sono divorata il libro di cui sopra. Bello, uno di quei bestsellers che meritano di essere tali. Leggero, ma profondo. A poche pagine dall’inizio sono inciampata in questa frase: … quale meccanismo li abbia portati dove non volevano andare. Un pugno nello stomaco perché in questo momento so di essere arrivata in un luogo emozionale che rappresenta quello contro cui mi sono scagliata per anni ed anni di ribellione. Mio malgrado (e, per fortuna, senza perdere la lucidità che me ne fa ancora schifare) sono diventata un’imprenditrice veneta: una che si alza al mattino pensando al lavoro, lavora tutto il giorno, si addormenta rimuginando sul lavoro e di notte sogna il lavoro. Per poi rialzarsi la mattina dopo e riprendere il ciclo. Le settimane stanno scorrendo così, portandosi via un’estate che avevo immaginato completamente diversa. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, la mia idea era di trovare un equilibrio tra otium e negotium e di dedicare tempo e silenzio alla scrittura, alla creatività che – come un feto cresce dentro alla madre – stava prendendo forma nelle mie viscere.

Quello che ancora mi tiene in piedi psicologicamente (perché, dal punto di vista pratico, so che c’è chi fa una vita ben peggiore della mia, anche se vorrei che questo pensiero non mi condizionasse) è che non è che io abbia rinunciato a me stessa e ai miei sogni perché i miei ideali sono andati a male, ma solo perché mi sono presa un impegno in un progetto. E, visto che questo progetto ha coinvolto parecchio tempo della mia vita recente e che coinvolge altre persone, a questo punto non mi posso tirare indietro. Un po’ per me, perché vorrei che questo tempo investito mi porti almeno a quell’indipendenza per cui ho deciso di intraprendere il cammino; un po’ per gli altri che condividono con me questa strada, perché sono persone a cui ho imparato a voler bene e che non lascerei nella merda.

E qui si apre un’altra riflessione: quella sul prendersi impegni. Forse il motivo per cui sto vivendo tutto questo è che, prima o poi, sarebbe stato necessario che mi accorgessi della limitatezza delle risorse umane, in termini di tempo e di energia. Non si può fare tutto per tutti. Io sono una e ho il diritto/dovere di scegliere dove e come impegnare me stessa. Nel caso specifico ho fatto un errore di valutazione: non mi conoscevo ancora abbastanza bene per accettare i miei limiti e i miei punti di forza e decidere di giocare nella mia squadra, senza essermi avversaria, senza inseguire necessità indotte da altri (e per altri leggasi una mentalità che nell’80% dei casi sfiora la patalogia psicologica).

Adesso di tutto questo ne sono consapevole, l’ho imparato a mie spese. Ma, tra il momento della consapevolezza interiore e quello della realtà esteriore, c’è il cambiamento. Un processo che io adoro ma che richiede energie, un po’ di sofferenza e tanto coraggio. Ora sono ancora nella fase in cui, prima di lanciarmi, devo chiudere con il passato: ci vorrà almeno un mese, oltre al tempo già dedicato. E poi arriverà un viaggio, che come tanto tempo fa mi salverà la vita dalle scelte indotte. Ma questa è un’altra storia, e ora fuggo al mare, che qui il caldo della pianura scioglie qualsiasi altra volontà.

D.W.

Mi sono sempre dichiarata una evoluzionaria, piuttosto che rivoluzionaria. Pensavo che per cambiare il mondo bastasse cambiare se stessi rendendosi capaci di spargere sempre più amore attorno a sé e che, di fronte all’evidenza di questo amore, anche gli altri sarebbero cambiati. Non so se fosse ingenuità o arroganza. Mi costa ammettere che le cose non funzionano così. O, almeno, non sempre.

Nei recessi del mio cuore non voglio abbandonare l’idea che sia l’amore a vincere, non voglio trasformarmi in una persona violenta. Ma ci sono giorni in cui il cielo che continua a piangere mi fa pensare che, usando delle parole di Gazzè, tutto quell’amore disperso non era previsto.

Perché a volte le persone usano l’amore altrui, il mio compreso, per evitare di crescere: le proprie convinzioni dolorose, se paragonate all’impegno che richiede il cambiamento, sembrano improvvisamente comode ed insostituibili. Ed io, e noi, faccia a faccia con questo atteggiamento, credo che abbiamo il diritto e il dovere di reagire.

Per un mondo migliore vorrei auspicare che la reazione non scenda mai sul piano fisico e che sia possibile, anche in termini emozionali, addolcirla nella forma; ma se dall’altra parte – per pigrizia, ignoranza, timidezza, debolezza, brama di possesso – si vive arroccati sulle proprie posizioni, non vedo altra soluzione che uscire momentaneamente dalla propria e usare il linguaggio dell’altro per stanarlo da dove si è nascosto.

 

Ripeto: non mi piace ammettere, neppure di pensare, queste cose. I grandi sognatori che ammiro – Ghandi ed Obama, per citarne due – non si sono adeguati al linguaggio altrui per diffondere le proprie parole. E’ stata la forza di quelle parole a parlare da sola, a vibrare potente nell’aria. Ma questo è quello che rimane nella storia, che percepiamo mediaticamente. Forse, nel loro intimo, della sana violenza hanno dovuto usarla anche loro per riuscire a far rispettare i propri confini, a tirarsi fuori dal fango in cui gli altri li volevano annegare.

Il problema rimane sempre uno: trovare l’equilibrio. Il punto migliore, secondo me, non è a metà strada tra gli opposti, ma dove gli opposti coincidono: dove violenza e non violenza si abbracciano, dove gioia e dolore fanno l’amore.

In viaggio, alla ricerca di una terza via, a metà tra quelle già conosciute.

 

D.W.

Questo è il centesimo post di FreedHomE; il primo scritto con una sigaretta accesa con l’accendino che ho comprato ieri (bianco e arancione, con ricamate le parole I feel fine) ed anche il primo di una primavera che quest’anno, nella mia vita, è arrivata in tutti i sensi.

Lo dedico alla mia generazione, prendendo spunto dall’articolo di Beppe Severgnini Cari Ottantini, reagite ai tempi difficili.

 

Su chi è nato negli anni Ottanta, la New Age ha sprecato con una comunicazione poco accorta una teoria interessante: le persone nate a partire dall’anno 1980 hanno livelli di energia più alti rispetto alle generazioni precedenti. D’altronde, non stupisce: siamo nell’epoca della fisica quantistica e, se al CERN lavorano per trovare la particella di dio, ci sarà qualche influsso anche sull’umanità che circonda questo tipo di esperimenti.

Riflettendoci, non si può non ricordare il motto dei supereroi americani: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. E a questo si ricollega appunto l’articolo sopra citato, che ci chiede di reagire e far vedere che non ci lasciamo schiacciare dal mondo che ci siamo trovati tra le mani, crisi compresa.

 

Recentemente, parlando con un amico, ci siamo trovati d’accordo sul fatto che la nostra generazione potrebbe essere fondamentale nei cambiamenti che abbiamo bisogno di apportare al sistema per poter sopravvivere e vivere degnamente.

Non siamo così vecchi da aver perso l’elasticità mentale della giovinezza, l’apertura e la flessibilità necessarie per proporre qualcosa di nuovo, diverso. Però non siamo neppure così giovani da esserci dimenticati com’era il vecchio mondo: nei racconti della nostra infanzia ci sono le storie di guerra dei nonni e per quasi vent’anni siamo cresciuti senza cellulari e senza Internet.

Siamo una generazione – ponte, che quindi potrebbe riuscire a comunicare con tutti, se solo ci provasse.

 

È innegabile che finora siamo stati in silenzio (e tuttora lo siamo), lasciando accadere attorno a noi cose che sarebbe stato meglio non vedere.

Ma, volendo essere ottimista, credo che questo sia dovuto alla necessità di osservare nell’ombra, di conoscere le dinamiche umane tramite l’esperienza altrui, di non essere invischiati nella società per poterci muovere in altri mondi ed immaginare alternative possibili.

E poi, forse, abbiamo anche capito l’errore di chi ha fatto il Sessantotto e stiamo cercando un modo per non ripeterlo: sì, è importante cambiare le cose quando si ha vent’anni ma poi non si può fare finta che non siano cambiate quando di anni se ne hanno quaranta, cinquanta o sessanta e si occupano i posti di coloro contro cui si era lottato.

 

Personalmente credo che ci vorrà ancora qualche anno perché gli Ottantini trovino la loro voce. Ci sono tante cose a cui pensare, tra cui il proprio microcosmo da costruire armonicamente per poter affrontare il mondo in macro.

Ho anch’io un invito da fare alla mia generazione: resistiamo! Per compiere la nostra ri(e)voluzione, è necessario non dimenticarci cosa sentivamo quando eravamo giovani ma saper gestire noi stessi con le capacità e la saggezza delle persone veramente adulte. Arrendersi adesso sarebbe da vigliacchi.

E, per chi pensa di essersi già arreso, c’è sempre un qualche luogo di sé dove ritrovare quello che è andato smarrito. Basta cercare: dentro.

 

D.W.

 

Nota bene: l’invito è rivolto a chiunque, non solo a quelli degli anni Ottanta!

Big little things

Sia la strada al tuo fianco, il vento sempre alle tue spalle, che il sole splenda caldo sul tuo viso, e la pioggia cada dolce nei campi attorno e, finché non ci incontreremo di nuovo, Iddio ti protegga nel palmo della sua mano.”

(benedizione del viaggiatore irlandese)

Ieri era il mio onomastico. Da bambina festeggiavo, poi ho smesso. Ma se penso che S. Patrizio era il protettore dei viaggiatori, mi viene da dire che ho trovato un senso al mio nome (che, nel suo significato classico, non è che mi piacesse molto).

Oggi il mio amato Whisky compie dieci anni. Solo chi ha un cane può capire come, dopo così tanta vita condivisa, il cane di casa sia a pieno titolo un membro della famiglia.

D.W.     

De mutuatione

Premessa: sono una di quelle che ha frequentato la scuola di Baricco odiando Baricco. Oceano mare mi era piaciuto ma al tempo, quando se iniziavo un libro lo portavo a termine, City era tra i pochi titoli di cui avevo interrotto la lettura perché lo trovavo pedante, lezioso, inutile. Gli ero grata per aver creato la Holden perché quello che sono diventata lo devo in parte ai due anni trascorsi tra quelle mura; ma non potevo non criticare le incoerenze, le imprecisioni e certe mentalità con cui – almeno in passato – quell’esperienza veniva gestita. Apprezzavo le sue doti di comunicatore frontale ma non sopportavo la sua mancanza di empatia e il piglio arrogante con cui, forse per timidezza (ah, l’umanità imperfetta!), trattava i suoi studenti. Su di lui avevo un’opinione precisa e non avevo intenzione di cambiarla.

Forse più per confermare le mie ipotesi che per reale interesse, lo scorso settembre sono andata a vedere l’incontro tra lui e Loredana Lipperini a Pordenone Legge, serata dedicata alla presentazione del libro I Barbari. Saggio sulla mutazione. E quando sono uscita dal teatro, forse commossa dalle note di Everything in its right place dei Radiohead che avevano messo come colonna sonora allo sfollamento delle poltroncine, non ho potuto fare a meno di riprendere in mano quell’opinione e confrontarla con l’onestà intellettuale, le nuove prospettive e la maturità che qualche anno in più di vita mi avevano concesso. Da lì, nei riguardi del signor Alessandro Baricco, ho deciso di rimettere la palla al centro del campo e di riservargli quell’atteggiamento assertivo che tutti coloro che esprimono idee tramite le parole scritte meritano.

Per ristabilire l’equilibrio, dopo tanto odio era necessario dell’amore altrettanto intenso. E credo che sia questo l’atteggiamento con cui mi sono bevuta le pagine de I Barbari. Mentre scorrevo le righe snocciolando gli esempi e le riflessioni parallele che la mia mente produceva, le sue parole sono riuscite a farmi dire quello che è uno degli obiettivi della buona scrittura mirata alla comunicazione: sei riuscito a esprimere quello che anch’io pensavo.

 

Terminata la lunga premessa, arrivo alle motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo post: il dibattito sulle sovvenzioni pubbliche alla cultura di cui, tramite gli articoli su La Repubblica (che trovate qui e qui), Baricco si è fatto animatore.

Gli ho letti con qualche settimana di ritardo su suggerimento di alcuni amici che sanno che ultimamente non leggo i quotidiani per prevenirmi la depressione che il gossip politico italiano mi procura. Gli ho letti però fino in fondo, con calma ed attenzione, come lui stesso chiedeva di fare nell’incipit del secondo intervento.

Mi premeva affermare che condivido totalmente la riflessione da lui strutturata. Rimuginando sulla questione (perché, anche volendo rendersi immuni dalla cattiva informazione, qualche straccio di polemica giunge sempre all’orecchio), ne intuivo i meccanismi ma per mancanza di tempo ed interesse non avevo un’idea precisa a riguardo. Leggendo, Baricco è riuscito a farmi dire un’altra volta: ecco, questo è quello che volevo dire.

Credo che nei due articoli fuoriesca il ritratto di un nuovo essere politico: colui che non si identifica più nei significati italiani di destra e sinistra; colui che condivide con una parte il senso della meritocrazia e la constatazione che allo stato attuale delle cose non si può prescindere dall’impatto del mercato e con l’altra i principi di uguaglianza e solidarietà che dovrebbero stare alla base del convivere civile; colui che crede nella libertà rimanendo consapevole di doversi tutelare dalle sue aberrazioni, ma non in maniera preventiva quanto più pragmatica.

A questo essere politico, che già si è formato nella sostanza delle coscienze di alcuni ma a cui in Italia non siamo ancora riusciti a dare una forma, serve una voce. E, quando qualcuno ci prova a dargliela, non può che guadagnarsi la mia stima.

Con questa frase de Il giovane Holden, il blog FreedHomE va in aspettativa. Almeno per un po’.

Non è che non pubblicherò più post, ma lo metto a dieta dei miei pensieri e delle mie emozioni tradotti in parole perché ho bisogno e voglia di nutrire pagine diverse. Passando di qua, qualche suono, qualche immagine o squarci di parole altrui li troverete ancora.

See you. Somewhere, sometime.

 

D.W.

 

P.S. Il weekend infrasettimanale a Torino è stato meraviglioso, come lo è la vita al di là del muro.   

Sui mali della cultura – e, di conseguenza, della politica – italiana ci sarebbe così tanto da dire che sono arrivata al punto di non volerne più parlare. Soffocati nel pc ci sono diversi post polemici, pieni di rabbia grezza che potrebbe essere scalfita solo dal trionfo della speranza del cambiamento (Obama docet). Ma non arriva nulla a sconfessare la sofferenza; piuttosto, c’è un minuscolo boccone amaro da ingoiare ogni giorno che, una volta ingerito, si ricompone nello stomaco con quelli mangiati ieri, e il giorno prima, rendendo la digestione impossibile. E questo in Italia succede da troppo tempo.

Non è pessimismo. Realtà, credo. Purtroppo.

Non è neppure sofferenza personale, ve lo garantisco. Io sto bene. Ed è proprio quando sto bene che ho la forza di dispiacermi sinceramente per il deserto bombardato che vedo attorno.

 

Ogni giorno mi illudo che succeda qualcosa. Prendiamo il Festival di Sanremo: era anni che cercavo di evitarlo ma, essendoci questa volta gli Afterhours, ho deciso di tastare con loro il polso di quello che c’è fuori dal mio personale mondo indie.

Nelle prime tre serate ho apprezzato il tentativo di Bonolis di svecchiare il festival: Benigni, la PFM con l’omaggio a De Andrè, qualche accenno musicale ai Pink Floyd. Insomma, lui ci ha tentato. E in questo tentativo rientravano anche gli Afterhours, con la loro canzone difficile (e forse interpretata non proprio al massimo) ma sincera. E stavo apprezzando pure Iva Zanicchi che, a 69 anni, seppur con una forma che arte non si può proprio definire, stava cercando di dire qualcosa di diverso dalle solite melensaggini.

Ma quando ieri sera il televoto ha fatto fuori proprio gli Afterhours e la Zanicchi, salvando invece Albano e una certo Sal Da Vinci (chissà chi cazzo è), ho capito.

Ho capito che il popolo italiano (non in quanto unione di singoli individui, ma come movimento di massa) non sa organizzarsi per cambiare; che ci meritiamo Berlusconi perché non riusciamo a creare nulla di diverso; che, quando qualcuno ci tenta (v. Veltroni, pur con tutti i suoi difetti), ad un certo punto è costretto a mettersi al bando da solo perché nelle tenebre c’è qualcuno che silenziosamente lo provoca fino a farlo scoppiare; che chi si proclama diverso molto spesso usa la sua diversità solo per ottenere gli stessi vantaggi dei non – diversi piuttosto che ricercare il bene comune. Che non vogliamo sentire la verità; che non abbiamo il coraggio di amare perché lasciarsi amare vuol dire mettersi in gioco ed uscire dai propri facili e ripetuti schemi.

Anche chi cerca filantropicamente l’apertura verso ciò che non gli piace pur di creare un dialogo viene sconfitto. Gli Afterhours non sono stati salvati neppure dall’esibizione che questa sera avrebbero dovuto fare con Cristiano Godano.

 

Per me il festival è finito ieri sera. Quello che rimarrà di questa edizione non sarà il vincitore; ciò che conta è la sconfitta degli Afterhours che cantano Il paese reale. Perché solo chi ha il coraggio di essere sconfitto ha qualcosa da dire. E chi guarda ha un’occasione per imparare.

 

D.W.

 

Cambiando grafia

Domani, come avevo già anticipato, spengo la prima candelina di FreedHomE. Un anno di risvegli e di sogni dentro queste mure, di partenze e di ritorni ai colori che ho scelto per le mie pareti.

Non sento di poter dire che è stato un anno felice; indispensabile per essere felice, però, sì. Perché ci sono luoghi dove bisogna passare, non sempre si può (sor)volare.

So che, se mi offrissero la possibilità di tornare indietro, farei la stessa scelta. E questo mi basta.

Ci faccio gli auguri adesso, perché domani mattina alle 8.30 arriveranno gli operai per un piccolo intervento di manutenzione, e pc e scrivania passeranno qualche giorno sotto un lenzuolo a proteggersi dalla polvere.

Ed io vado a farmi un giro, nel frattempo.

 

D.W.

 

Pippo, va in pensione. Facci ’sto piacere.       

Senza titolo

Lunedì sarà un anno che vivo in FreedHomE.

Solo ora ho scoperto che le due funzioni della vasca idromassaggio si possono usare contemporaneamente.

Io lo trovo metaforico. Della vita, in generale.

 

D.W.

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