Sabato scorso, il 2, ho trascorso la prima notte nella casetta nuova. Avevo pensato che era meglio impormi da subito il coraggio della solitudine per superare quell’onda di ritorno di vecchie paure infantili che la visione delle due intere serie di Twin Peaks aveva riportato alla luce. Ma poi, dopo una pizza e qualche puntata di Heroes, mi sembrava di avere intrapreso un’altra strada e che fosse naturale che J. stesse qui con me. E così è stato.
Al mattino, quando ho aperto gli occhi, lui era già andato via. Aveva da fare.
La finestra della mia camera è grande e ha la forma di un oblò, rotondo. Dal letto, quando sono sdraiata, l’inquadratura prevede che si veda solo cielo: nessuna costruzione, nessun elemento umano e neppure naturale. Solo cielo.
I primi due risvegli (senza tende, perché qui dentro è ancora tutto in work in progress) hanno svelato un cielo così uniforme e grigio da avermi fatto dare per scontato che sarebbe rimasto per sempre con quel vestito. Ma il terzo giorno era tornato il sole e l’aveva squarciato qua e là di azzurro e bianco. Mi sono innamorata dell’oblò; e anche del suo panorama in lontananza, con la Rocca e le montagne spruzzate di neve, che vedo se mi ci metto di fronte in piedi.
Peccato che mercoledì ho scoperto che il fantastico piano regolatore del mio Comune abbia già permesso la costruzione di un edificio di undici metri proprio di fronte al mio oblò. Le montagne e la Rocca le ho già date per perse. Spero che la distanza di dieci metri gentilmente concessaci preservi il fotogramma del cielo almeno quando sono sdraiata.
La domenica, dopo il rito caffè + Vanity Fair (uno vecchio perché mi sono scordata di rinnovare l’abbonamento), ho lavorato tutto il giorno al pc. Ma la novità delle mie pareti colorate ha reso la faticata più piacevole.
Poi ho dormito da sola. Con la luce del corridoio accesa ma da sola. E senza quella paura che avevo temuto.
Il nuovo materasso in lattice (thanks, Fly!) dà delle grandi soddisfazioni. Morbido quando mi sdraio, sostenuto quando ci affondo; e, nella sua versione invernale, mantiene pure quel poco di calore che il mio corpo produce.
Lunedì ho lavorato. Quando, alle otto di sera, ho realizzato che avrei trovato una casa vuota, silenziosa e rilassata ad attendermi mi è venuta una gran voglia di birra. Una bionda in bottiglia e una sigaretta sdraiata sul letto e poi una cenetta di fronte alla TV, con la pioggia che batte sui lucernari: che goduria!
Che goduria, fino a che mi sono ricordata di non avere un apribottiglie. Ne ho cercato uno in studio ma niente e, per comprarlo, era già troppo tardi. Uno dei miei soci mi ha fatto un rapido ripasso della tecnica dell’accendino: con una mano stringi il collo della bottiglia e con l’altra fai leva con il tuo Smoking preferito, e il tappo si toglie senza fatica.
Arrivata a casa, ancora con la giacca indosso, ho tirato fuori la birra dal frigo e mi sono messa a fargli violenza. Prova, riprova, tira, cambia mano… ma l’unico risultato ottenuto sono stati due taglietti sul pollice e il medio della mano destra. Ho provato con il vicino ma non era in casa. Prima di farmi prendere da una crisi di nervi causata da una crisi di astinenza da luppolo, ho optato per mimare la scena sopra descritta con un Estathè invece che con la birra. E un pacchettino di Fonzies per rendere meno triste la faccenda.
Tamburellare di gocce sui vetri: romantico e rilassante.
Martedì sera: sesso, droga & rock’n’roll. Quando il mondo fuori urla logiche illogiche, io protesto. A modo mio.
Mercoledì sera: prima cena dai miei in qualità di ospite. Straniante e vantaggioso. Mio padre mi fa una grande tenerezza e con mia madre da qui riscopro la complicità.
Giovedì sera (di giorno si lavora e, con i suoi pro e i suoi contro, nel mio working place ci sono così tante emozioni che mai ci si annoia… ma questa è un’altra storia): serata da chef, per prepararmi per la cena di venerdì. Mia madre è stata un ottimo assistente cuoco (insieme agli strumenti che qui – vedi apribottiglie – ancora mancano) e il tutto si è risolto entro la mezzanotte.
Venerdì sera: alle ore 21.30, dopo tredici ore di veglia + trasferta + corso, sono arrivati i primi ospiti. Il principio di mal di testa che mi preoccupava si è dissolto al primo bicchiere di vino e al rossore del festeggiato che era contento di essere celebrato dai suoi amici. Miniquiche al radicchio trevigiano e salsiccia appoggiata su crema di taleggio: modestamente, 9 e ½. Cinque bottiglie di vino in sei. Una vittoria a Cranium per me e la mia compagna di squadra. Seguono tredici ore di sonno.
Sabato: scatta la mania delle pulizie. Due lavastoviglie, un lavandino, una passata di scopa, areare l’ambiente. Cerco di contenermi e non lasciare spazio all’ossessiva compulsiva che c’è in me: se lei vince, sono spacciata.
Finalmente domenica! (Sulle attività domenicali, in parte illegali e in parte contrarie alle regole vigenti di buon costume, per ora mi astengo dal raccontarne. Ma solo per ora.)
Letto sfatto, portacenere pieno, parole che trovano spazio. FreedHomE inizia ad impregnarsi del mio odore.
D.W.
P.S. Whisky, mi manchi.

