Adoro le serie televisive. La mia storia d’amore con le narrazioni seriali è relativamente recente: come molte altre passioni, non mi sono permessa di viverla nell’adolescenza. Ma da quando ho scoperto quanto è bello avere dei compagni immaginari ai quali raccontare il mio mondo attraverso le loro storie, ne sto abusando come si fa con le droghe.
La nostra tresca è iniziata con Sex and the City, una serie culto per la mia generazione di donne. Prima me ne hanno parlato a lungo le mie amiche e mi hanno fatto vivere insieme a loro la versione torinese delle quattro ragazze newyorkesi. Poi ho iniziato a cercare qualche puntata in televisione, riuscendo a beccarne una come si trova una pepita d’oro al setaccio (ho un pessimo rapporto con i palinsesti televisivi). Ed infine, dopo aver tentato anche con i canali satellitari spagnoli mentre stavo all’Oasis, J. mi ha regalato il cofanetto intero: quello a forma di scatola di scarpe, con il coperchio rosa, che contiene tutte e sei le serie.
Di quel cofanetto gliene sono proprio grata perché: 1) mi ha fatto scoprire quanto sia adatta alla mia personalità instabile la fruizione delle serie in dvd; 2) mi ha salvato da attacchi di vomito nervoso e da insonnie deliranti quando lui stesso mi faceva sclerare dalla gelosia.
Per la sacra prima visione dell’ultima sacra puntata, mi sono procurata una pizza, la Cocacola e il gelato (e un bel mal di pancia per il miscuglio): bisognava essere preparati al peggio nel caso in cui gli sceneggiatori avessero fatto un buco nell’acqua sul più bello. Ma non mi hanno delusa: dopo ripetute visioni, verso una lacrimuccia ogni volta che guardo l’ultima scena.
Dopo Sex and the City, è stata la volta di Six Feet Under ed Ally McBeal. Contemporaneamente: la prima condivisa con il mio soulmate, la seconda goduta in solitudine.
Segue E.R. – Medici in prima linea, iniziata con curiosità professionale (analisi delle forme di innovazione nella serialità televisiva) e proseguita per un altalenante infatuazione nei deliri febbrili dell’autunno appena passato per il dottor Ross e il dottor Carter.
Obbligato il passaggio da E.R. al Dr. House e da Ally McBeal a Brothers & Sisters.
Ho affrontato anche tutte le mie paure infantili rivedendomi tutti gli episodi di Twin Peaks, che mi avevano lasciato vedere a nove anni con traumi indelebili per la mia psiche.
E c’è stato il tempo anche per la prima serie di Buffy, l’ammazzavampiri (non sono ancora scesa fino a The O.C.).
[Scrivendo mi torna in mente che anche per le serie televisive ci sono state eccezioni alla mia censura adolescenziale: Beverly Hills 90210 e Melrose Place. Ma non ne vado fiera (anche se sono il frutto anche di quello) e si vede che la mia memoria selettiva si era già messa all’opera.]
Come afferma qualcuno in uno dei molti saggi che ho letto (forse Aldo Grasso in …), il piacere della serie non si esaurisce nella prima visione ma si rafforza con le repliche. Questo perché, una volta penetrati i meccanismi del mondo narrativo e conosciuto l’intero arco di trasformazione dei personaggi, nel rivedere le puntate – se la serie è ben scritta – se ne scoprono ulteriori particolari. Inoltre, si prova un infimo e rilassante piacere a rifugiarsi in un universo già conosciuto.
Da quando ho iniziato a lavorare e ho conosciuto il desiderio di andarmene a letto alle dieci di sera, le repliche delle serie si sono rivelate un’ottima compagnia per scivolare dolcemente nel sonno. A volte le imposto in lingua originale (quasi sempre inglese, naturalmente) e bastano poche centinaia di fotogrammi per essere già nel mondo dei sogni (con la speranza che nel mio inconscio si ancori qualche parola straniera).
Da quando FreedHomE è il mio nido, due sono le serie che intervengono nei momenti del bisogno. Quella da vivere e condividere è Heroes, quella per i vuoti rilassanti e la buonanotte è Ally Mc Beal. Ripresa dalla prima serie.
Arrivo al dunque del post. Nelle puntate degli ultimi giorni, Ally è in cura da una stravagante psichiatra che usa la terapia della canzone a tema: bisogna trovare una canzone che esprima come ci si vuole sentire e cantarla nella propria testa finché fa effetto.
La mia canzone a tema di oggi è I will survive.
D.W.
domenica 24 febbraio, ore 20.15
P.S.: Ho qualcosa da dire anche sulla teoria degli ultimi sguardi proposta in Elisabethtown. Ma si è fatto tardi e sarà per un’altra volta.

