Una giornata accompagnata da un costante senso di nausea, per la vita.
È iniziata questa notte, svegliandomi nel cuore del sonno per farmi percepire il mio stomaco storto: il cibo e le emozioni si erano aggrovigliate nella parte destra e non riuscivano a scendere. Li ho cullati con il respiro fino a quando è penetrata dalla finestra la luce del mattino e mi sono riaddormentata, sfinita. Prima di mettere il cellulare in silenzioso, ho annullato gli appuntamenti della mattinata: non trovavo il senso di farmi male ulteriormente per tre ore di macchina e due ore di discussione.
Al risveglio ho provato a cercare sollievo nel piacere fisico ed il senso di oppressione si è alleviato, per dieci minuti. Ho continuato a provare: con il caffè, con una sigaretta, con una seduta sul mio adorato water, con qualche pagina di un libro stupendo, con una decina di telefonate per sistemare ciò che avevo lasciato in sospeso al lavoro con il mio sciopero mattutino. Ma non è passato: è rimasto ad un livello sopportabile per permettermi di continuare a provare.
Ho provato con il lavoro. Per la prima ora ha funzionato perché è salutare vedere un tassello dopo l’altro, una questione dopo l’altra che si incastrano al posto giusto. Ma, appena mi sono ricordata qual era il vero problema (il senso del mio lavoro e del mio stare al mondo e, di conseguenza, il modo in cui investo il tempo che ho in dono), tutto mi è tornato addosso. Non mi piace tirarmi indietro e fare finta che le difficoltà non esistano, preferisco prenderle di petto. L’ho fatto ma da chi mi sta accanto ho collezionato solo grandi sensi di vuoto e di impotenza, limitatezze e un solo sorriso.
Sono uscita dalla studio con le lacrime che si tamponavano in gola, come se stessero litigando per stabilire a chi spettava uscire per prima.
Mentre andavo al supermercato (in questo periodo mi piace molto fare la spesa e ho pensato che al momento potesse aiutarmi), qualcosa si è sciolto. Ma si è raggrummato di nuovo. Facendomi provare una sensazione sconosciuta: il desiderio del suicidio. Il pensiero di arrivare a casa e distruggermi, in un qualche modo.
Ma quando ho girato la chiave di casa mia, sì che è passato tutto. Rimane il senso fisico di nausea, la tristessa bloccata in gola, la sensazione che potrebbe venirmi la febbre nel corpo per urlare all’anima che c’è qualcosa che non va in questo mondo. Ma a casa mia c’è una regola che ho stabilito io e sulla quale ho il pieno controllo: la bellezza.
Ho aperto il rubinetto della vasca da bagno e, mentre l’acqua saliva, ho versato il bagno schiuma al gelsomino. Sto aspettando che la vasca si riempia di bolle e calore per sciogliere la tensione.
Ho spento le lampadine intense in soggiorno, ho acceso la luce d’atmosfera e tre candele sul tavolo.
Mi sono messa a scrivere.
Ed ora vado di là, a dimenticare tutto nell’acqua.
Domani si riparte.
Un po’ meglio di oggi.
D.W.
lunedì 25 febbraio, ore 21

