8 aprile 2008
Anche se a volte faccio del mio meglio per nasconderlo (soprattutto ai miei cari), nei confronti della famiglia sono una gran sentimentale. Non amo i rapporti forzati di convivenza che si instaurano per dovere di sangue e nemmeno le dinamiche ripetitive che si perpetuano per la paura che il legame svanisca. Ma, nei confronti dei valori forti come quello di essere stata messa al mondo da persone che mi hanno preceduto in questa vita e l’affetto che ci lega in una storia fatta di pregi e difetti, gesti d’amore ed errori, il mio cuore si riempe di senso e gli occhi di lacrime.
Oggi sono tre anni che mio nonno materno è morto. Ho disertato la messa con la famiglia e ho fatto pure finta che non fosse importante, presa com’ero dai problemi quotidiani della mia esistenza che si sta delineando e sta cercando di trovare e concretizzare dei sensi. Poi è arrivata la sera e, con la quiete che il respiro profondo infonde, ho sentito di dover celebrare questa “ricorrenza”. L’ho fatto in macchina, tornando verso casa, con una canzone: I miei nonni dei P.G.R.. Mi ritrovo in quel Rendo onore a chi mi preceduto/tra mille errori e abomineli credenze/mi ha fatto vivo, sopravvivere e crescere/il mondo è complesso, incantevole e difficile. Se penso a mio nonno, che ha fatto il campo di concentramento e per l’intera sua vita – senza tante prediche ma con l’atteggiamento – ha tentato di dirci come la vita sia un dono e vada apprezzata, non posso non sentirne il dolce vuoto che ha lasciato. Ed è forse proprio la morte che insegna quanto sia importante lasciare qualcosa a quelli che rimangono. Ricordi: il pupazzo di Sbirulino che mi ha regalato, i soprannomi non sense con cui mi chiamava, le sue ombre di bianco e i miei tramezzini prosciutto – formaggio nelle osterie friulane, i giri in giostra, le mance che non si dimenticava mai di darmi quando arrivava la pensione, le sue manie per l’ordine, le parole crociate e i programmi di Mike visti insieme sulla poltrona, il viaggio a Roma in quinta elementare, il suo essere uno che se ne fregava delle apparenze e che anche a ottant’anni continuava a scherzare sul sesso… Quando è morto ho trovato sul suo comodino un libro che gli avevo regalato io, letto a metà: Come prima delle madri di Simona Vinci, una delle mie scrittrici italiane contemporanee preferite.
Un uomo semplice che ha fatto a suo modo la storia. O che, perlomeno, ha fatto la mia.
Casualmente, ho scelto oggi per onorare un impegno preso da tempo: fare un’intervista alla nonna paterna, ormai novantenne. Ho passato due ore con lei oggi pomeriggio e domani mattina ne trascorrerò altre due a farmi raccontare la storia della nostra grande famiglia, com’era il mondo una volta, come ha sentito lei la storia di un intero secolo scorrerle sulla pelle. Sono felice di averlo fatto. E di aver onorato i morti celebrando i vivi.
La memoria storica è un valore da non perdere, a partire da quella personale. Il senso non è quello di ripetere il passato o di rimanerci attaccati con le unghie ma quello di produrre un cambiamento autentico, che renda il mondo più umano.
D.W.

