Ieri è uscito il nuovo disco degli Afterhours, “I milanesi ammazzano il sabato”. Non ho ancora avuto l’occasione di ascoltarlo, se si fa eccezione per qualche play distratto su MySpace e per le canzoni eseguite al concerto del 1° maggio andato in onda su RaiTre.
Ma, da appassionata critica di testi musicali, me n’è bastato uno per formulare un’ipotesi su dove le loro parole andranno a parare. Ma, prima di esporvela, vi racconto in qualche paragrafo la mia storia d’amore con gli After.
La voce del signor Manuel Agnelli e la chitarra di Xabier me le hanno presentate due amici: uno che ora si è dato alla macchia e Bos, che tuttora mi spaccia dell’ottima musica. Stavamo andando a cena sui colli bolognesi, a Casalecchio di Reno a Il Monastero (che vi consiglio sia per la cucina che per l’ambientazione paesaggistica e architettonica, ma non per il sito web). In quella mezz’ora di strada da Bologna mi hanno fatto ascoltare un po’ di canzoni, tra cui ricordo Lasciami leccare l’adrenalina (che al tempo mi aveva scandalizzato… Come si cambia rapidamente se solo lo si vuole!) e Voglio una pelle splendida. Conosciuti e apprezzati gli After, ma il mio entusiasmo si è concluso con una bottiglia di vino e un piatto di tortellini. Poi arriva l’estate del 2001 e vado in India, e con me vengono anche i due amici di cui sopra. Esperienza totalizzante, soprattutto se hai 21 anni e del mondo fuori dall’Europa hai visto ancora poco. Tornati a casa, una sera di settembre 2002, sono in macchina con Bos che mi dice che anche Manuel recentemente è stato in India, insieme a Emidio Clementi, voce dei Massimo Volume. E mi fa ascoltare Quello che non c’è e Bye bye Bombay.
Da lì in poi non ricordo più le tappe: so che ho ascoltato e riascoltato la loro discografia fino alla nausea e mi sono fatta una decina di concerti, presa da una forte passione per il loro modo di essere.
E arriviamo alla premessa della teoria. Ribadisco che parlo dal punto di vista testuale/contenutistico e non musicale, per il quale non mi sento in grado al momento di esprimere un giudizio.
Quello che non c’è è certamente una crisi (nel senso greco del termine) nella loro opera. Sarà che il gruppo è cambiato, sarà che i componenti sono cresciuti, sarà che un viaggio in India è una cicatrice che colpisce anche l’anima più dura… Sarà. Quello che posso dire è che in questo disco si manifesta per la prima volta in modo palese una componente spirituale. È un afflato che, appena nato, viene subito frustrato dalla società fuori di noi (Sulle labbra), dalla difficoltà di una relazione interpersonale autentica (Non sono immaginario) o stabilmente felice (Bungee Jumping e La gente sta male) e dal confronto con i propri fantasmi interiori (Varanasi Baby). Ma c’è. E, come strada per perseguire questa realtà superiore, l’unica soluzione al momento sembra risiedere in una consapevolezza negata della sua esistenza. Esistenza che, però, spinge inconsciamente a continuare la lotta di liberazione personale e collettiva dall’ipocrisia e dalla paura.
Poi arriva Ballate per piccole iene. Quel cd, ogni volta che lo ascolto dall’inizio alla fine, mi sembra il racconto di una storia d’amore. Sempre diversa perché astratta, ma una storia sull’amore e sui suoi fallimenti. Un amore che si arrotola su se stesso: riprende così come è cominciato, in un loop interminabile, e non permette di guardare un po’ più in su. Un amore che squarcia l’anima e da cui si sente di doversi liberare per tornare a vivere; ma allo stesso tempo un amore necessario, che non può non essere.
Ed eccoci alla canzone del nuovo album: Riprendere Berlino. La teoria, però, la espongo un’altra volta. Intanto evito di sparare cazzate e rileggo il testo, ascolto l’album e mi faccio un altro concerto. Magari quello del 17 maggio a Pordenone.
E voi, potete guardarvi il video qui sotto.
D.W.
P.S. La mia passione per i testi delle canzoni si fomenta nell’occasione che offrono di condividere un senso, che un artista ha ben espresso, con qualcuno. Ed è per questo che mi piace “dedicare” le canzoni.
Tra i pochi visitatori di questo blog, ce n’è uno che per cui vorrei aver scritto io questa canzone. Lui sa chi è, certamente.

