Trovare il Palasport di Pordenone è stata un’impresa: le indicazioni lasciavano a desiderare. Come il pubblico di questo concerto degli Afterhours, compreso tra le prime date del tour de I milanesi ammazzano il sabato.
Forse, per chi ormai segue Manuel Agnelli e i suoi da un bel po’, non è facile accettare di vederli suonare in un palazzetto asettico e dall’acustica scadente: molto meglio i cieli stellati dei festival estivi o l’aria fumosa di qualche locale sovraffollato. Finché è per il ToraTora e il suo nobile scopo di far acquisire la consapevolezza che per il rock italiano esiste un pubblico da prendere in considerazione, anche il PalaMazda si può sopportare; ma così, nella routine dei loro live, non si riesce ad ingoiare.
E poi, insieme al cemento e ai pavimenti gommosi della grande palestra, rimangono da digerire le coppiette che si abbracciano ad ogni ballata, con lui preoccupato di proteggere lei al minimo accenno di pogo; le canzoni che il vicino ti urla nelle orecchie e di cui, forse, non ci ha capito un cazzo; una miriade di ragazzini che non si sa da dove siano sbucati fuori; Manuel che continua a suonare quando, di fronte a quelli lì, una volta avrebbe spaccato una chitarra.
E questa mood da mi-godo-il-concerto-perché-gli-After-live-mi-mancavano-ma-sputerei-sul-pubblico è durata fino alla prima chiusura del concerto.
Fino a quando, invece di fumarsi una sigaretta dietro le quinte durante la pausa, gli After hanno aperto il bis facendo il giro del palazzetto e posizionandosi in fondo, dove hanno intonato una versione acustica di Voglio una pelle splendida: hanno fatto girare le energie di tutto il pubblico up – down, verso di loro. Da lì in poi si riconosceva Manuel e il suo stile, forse addolcito nei modi ma sempre lo stesso nella sostanza.
Il concerto si è chiuso con una televisione protagonista: come aveva fatto qualche anno fa a Bologna, l’ha portata sul palco e l’ha accesa a caso. C’era La Corrida, con Jerry Scotti. E, dopo tutte le parole e i suoni sgarbati ma autentici della serata, era lampante come il cerone di linguaggi passati e marciti nella loro reale finzione strideva.
In conclusione, questo concerto de I milanesi ammazzano il sabato con un gran finale ce l’ha fatta a salvarsi. Ma mi riservo di risentire le quattordici canzoni del nuovo e riuscitissimo album in un contesto migliore, più adatto al glorioso passato (ma anche al promettente presente) degli Afterhours.
D.W.
P.S. Riascoltando una vecchia canzone, c’è un verso che mi sembra diventare ogni giorno più vero, come un incubo che si trasforma progressivamente in realtà: Non so chi colpire, perciò non posso agire. C’è da rifletterci.

