Saper creare immagini, ferme e in movimento, sta diventando uno dei miei nuovi obiettivi. Come per la scrittura, il desiderio di avere un nuovo strumento per comunicare sensi mi affascina e mi dà un motivo in più per alzarmi di mattina e sbrigare il più rapidamente possibile quello che devo fare. E poi, avendo momentaneamente rallentato in ritmo dei viaggi in terre diverse, sento la necessità di spaziare altrove, in mondi diversi. Sono una perenne fuggiasca e, in fondo, mi sono grata per essere diventata così: spingermi verso un continuo movimento mi ha fatto vedere, sentire, provare cose che stando dov’ero non avrei vissuto.
Due mesi fa, in un momento in cui tutto diventava occasione per provare a cambiare il mio destino, ho inviato la domanda d’iscrizione a dei workshop gratuiti organizzati da Senigallia, città della fotografia. Ai primi due non ero stata ammessa e ormai avevo dato per spacciato anche il terzo; quando, due lunedì fa, mi alzo (pure con l’umore rivoltato) e trovo nella mail l’annuncio che al terzo, se volevo, avrei potuto partecipare. Il nome del fotografo mi era sconosciuto finché, chiedendo in giro, ho scoperto che era uno di quelli che ha fatto la storia della fotografia nell’Italia del dopoguerra. La persona in questione è Gianni Berengo Gardin e, se anche voi siete degli ignoranti come lo era la sottoscritta, potete trovare qualche informazione qui, qualche sua immagine qui e un documentario su di lui qui. Quindi, venerdì scorso ho caricato il mio trolley graffiato da chilometri e chilometri, la macchina fotografica ancora troppo poco adoperata e la borsa da spiaggia (e sì, speravo di farmi un bagnetto di mare e di sole, ma il bel tempo è arrivato solo al momento della partenza) e sono partita per Senigallia, con la mia instancabile Y azzurro cielo e il cd degli Estra e tutto volume.
Era da un po’ che non viaggiavo da sola in macchina: musica, sigarette, paesaggi e pensieri. E il centro Italia (il weekend prima ero a Spoleto) mi affascina, sia visto dai finestrini del treno che da quelli della macchina. Verde e giallo, colline e minuscoli agglomerati medioevali, poche case e poche fabbriche, la linea dell’orizzonte lontana.
Il workshop è stato interessante: una panoramica sull’opera di Gianni, centinaia di parole da appuntare e ricercare poi su Google, titoli di libri da sfogliare leggendo e guardando, qualche ora in cui essere obbligata a prendere la macchina fotografica in mano e fare (non pensare) immagini, un gruppo di nuove persone in cui immergersi rapidamente guidata nella scelta dal caso e dall’istinto. E una grande lezione di umiltà da una persona che sa che la celebrità capita (ma non per questo è la misura della grandezza di un uomo) e che ci ha lasciati dicendo: “Spero di non avervi insegnato niente, solo di avervi dato degli stimoli da cui partire”.
Per il viaggio di ritorno avevo compagnia (una carrambata… quanto è piccolo il mondo!): una bella ragazza dai capelli rossi che, come me, ama gli Afterhours e Daniele Silvestri. E abbiamo riattraversato insieme Marche, Emilia Romagna e Veneto, fino a casa.
Provando, qualcosa si muove.
Il difficile è dare una direzione al movimento.
D.W.

