Come tutti gli album che amo particolarmente nella loro interezza, anche La quinta stagione di Cristina Donà racconta una storia. D’amore, direi; ma non ci giurerei perché, in fin dei conti, nell’arte uno ci può vedere un po’ quello che gli pare.
Una storia d’amore, ripeto: declinata nelle infinite sensazioni contraddittorie che questa parola può rappresentare nelle nostre anime, pur rimanendo universale.
In questa storia d’amore che Cristina ci racconta – e che sento particolarmente vicina alla mia sensibilità – ci sono tre personaggi: io, tu, noi. E c’è un grande tema, che ci viene presentato già dal titolo: il cambiamento. Infatti, nella medicina tradizionale cinese la quinta stagione è il periodo in cui corpo e spirito si preparano al mutamento, alla trasformazione.
E se in Settembre si manifesta la necessità che qualcosa cambi (È tempo di ripulire il pensiero. È tempo di imparare a cadere. È tempo di rinunciare al veleno. È tempo di ascoltare davvero.), Universo ci suggerisce che, per quanto la forma delle cose possa mutare, la sostanza di cui sono composte è la stessa (L’incanto è lo stesso/perché niente è cambiato/anche se tutto è diverso).
Di questa storia d’amore che Cristina ci canta – e che riesce a parlarci del macrocosmo, scendendo nei recessi del personale microcosmo dell’artista – apprezzo la capacità di esprimere contemporaneamente sia l’individualità di Io e Tu (che hanno una loro storia personale fatta di bisogni, felicità, crisi, tristezze, orizzonti originali) che la loro voglia di fusione, di confronto, di lotta, di vita insieme.
E, in questo dialogo tra singolarità e pluralità, Cristina riesce nel corso delle dieci canzoni a farci vivere l’alternanza necessaria tra l’allontanamento (in Migrazioni: Se ti perdi ancora nei dettagli/allontanati dal tuo sentiero/la distanza spesso può aiutarti/a capire ciò che serve davvero o in Come le lacrime: Come le navi che sfidano le rapide/lascerai ogni certezza/per sentirti ancora vivo), la mancanza (Niente di particolare, a parte il fatto che mi manchi), la ricerca e il riavvicinamento (in Come le lacrime: Il cuore lo sa dove può cercarti o in Laure: Con o senza il tuo permesso ed inutili parole/ti verrò a cercare; prima che il cerchio si chiuda e ti nasconda/stai certo che il tuo profumo io prenderò) e la presenza (in Conosci: avvicinarsi e rimanere).
Cristina parla anche di fiducia, non come cieco abbandono alla volontà altrui ma come capacità di superare i dubbi per ritrovare se stessi e l’altro (in L’eclisse: Nel caso un giorno non credessi più a niente/tu sapresti aiutarmi a correre ancora da sola/desiderando ogni bene per me stessa e Nel caso un giorno non bastasse il tempo/per poterti spiegare la ragione dei miei tormenti/tu potresti comunque, sapresti capire? o in Non sempre rispondo: Sappi che a volte nella mia testa/cade un grandine molto violenta/Forse è passeggera/ma poi ritornerà/tu non aspettarmi/preparati pure un sandwich).
Come al solito, musicalmente non mi permetto di dare un giudizio: lo stile Donà incontra i miei gusti ma non saprei definirne qualità e difetti. Ma su quello contenutistico e testuale quest’opera mi sembra bella e matura: riesce ad illuminare tanti lati dello stesso prisma, sintetizzandoli con spontaneità e semplicità.
E ora, torno ad ascoltare.
D.W.

