In questo periodo, un po’ per interesse emozionale e un po’ per studio tecnico, sto dedicando parte del mio tempo ad un excursus nella letteratura di viaggio. Oltre a Kerouac e Terzani che avevo giù affrontato in passato, ho letto In viaggio con Erodoto di Ryszard Kapuściński e sto leggendo In Patagonia di Bruce Chatwin; sul comodino è pronto Americana di Don De Lillo. E sabato sera in libreria mi aspettava un’altra opera di Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza (che titolo!).
La spinta emoculturale ad aprire il libro in ogni momento che ho a disposizione è collegata alla mia ricerca di identità. Chi mi conosce sa che mal sopporto i ruoli e le etichette e che nel definirmi un’italiana, una veneta, una copywriter, una markettara, un’eterosessuale, un’aspirante scrittrice e reporter, una single, una fidanzata, un’amante e persino una donna mi sento sempre insoddisfatta perché ho la sensazione di aver trascurato una delle mie personalità (per la teoria sulle multipersonalità, consiglio la lettura de L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart, ed. Marcos y Marcos).
Il viaggio è forse l’unica dimensione in cui sento veramente espressa la mia identità. Perché per me le libere associazioni alla parola viaggio sono ricerca, cambiamento, libertà, amori cangianti e felice inquietudine. Mi piace vivere l’instabilità per avvertire la potenzialità che ogni secondo della vita contiene in sé e la stabilità come necessità di chi deve fermarsi per apprezzare il movimento.
In quest’ultimo mese, leggendo ho trovato stralci di ragionamenti altrui che mi hanno aperto uno squarcio su me stessa. O forse hanno organizzato brandelli di me che già conoscevo in discorsi razionali.
Fatto sta che questa mattina avevo il desiderio di ritrovarli e ricopiarli. Ecco i primi, per chi ha voglia di rileggerli con me.
D.W.
Coleridge stesso era un “viandante notturno”, straniero nel posto dove era nato, uno che vagava da un alloggio all’altro, incapace di metter radici in un qualsiasi luogo. Aveva quella che Baudelaire chiamò “la grande malattia: l’orrore della propria casa”.
Dal capitolo 45 di In Patagonia di Bruce Chatwin, Gli Adelphi ed.
Gli Yaghan erano nomadi nati, anche se di rado si spingevano lontano. L’etnografo padre Martin Gusinde ha scritto: “Somigliano agli irrequieti uccelli migratori, che si sentono felici e intimamente calmi solo quando sono in movimento”; e il loro linguaggio rivela l’ossessione del tempo e dello spazio dei marinai.
Dal capitolo 64 di In Patagonia di Bruce Chatwin, Gli Adelphi ed.
Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile.
Estratto da La memoria sulle strade del mondo da “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuściński, Feltrinelli ed.
Erodoto va alla scoperta dei suoi mondi con l’entusiasmo e la passione di un bambino La sua scoperta principale è che i mondi sono molti e tutti diversi. Che sono tutti importanti e che bisogna conoscerli, poiché le altre culture sono specchi che riflettono la nostra, permettendoci di capire meglio noi stessi. È impossibile definire la propria identità finché non la si è confrontata con le altre.
Ecco perché Erodoto, dopo aver scoperto la cultura degli altri come specchio nel quale rifletterci per comprenderci meglio, ogni mattina, instancabilmente, torna a rimettersi in viaggio.
Estratto da La scoperta di Erodoto da “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuściński, Feltrinelli ed.
Erodoto doveva essere uno di quei chiacchieroni sempre a caccia di chi li stia a sentire e che non possono vivere senza un uditorio. Uno di quei comunicatori nati, sempre in moto, sempre in agitazione, che appena vedono o sentono qualcosa devono subito trasmetterla agli altri, incapaci di tenerla per sé. È la loro missione, la loro passione: andare, partire, appurare la verità e trasmetterla al mondo.
Questo genere di fervore non è molto diffuso. L’uomo comune non è particolarmente curioso. Visto che ormai è al mondo, gli tocca arrangiarsi: ma meno fatica gli costa, meglio è. Conoscere il mondo richiede uno sforzo che assorbe tutte le facoltà dell’uomo. La maggior parte della gente sviluppa piuttosto le facoltà opposte: la capacità di guardare senza vedere e di sentire senza ascoltare. Quindi, l’apparizione di un tipo come Erodoto, posseduto dalla passione, dalla smania, dalla fissazione di conoscere, e oltretutto intelligente e con il dono dello scrivere, diventa un evento di portata storica.
La caratteristica principale di persone del genere è di essere delle spugne che assorbono facilmente qualsiasi cosa e altrettanto facilmente l’abbandonano. Non tengono dentro niente oltre un certo periodo e, poiché la natura non sopporta il vuoto, devono sempre trovare nuove cose da scoprire, approfondire e assimilare. La mente di Erodoto non è in grado di limitarsi a un solo evento o a un solo paese. È sempre in moto, sempre a caccia. Il fatto appurato e stabilito il giorno prima oggi non lo interessa più: deve subito rimettersi in cammino (partire), procedere, andare oltre.
Queste persone, così utili agli altri, in realtà sono infelici perché sostanzialmente sole. Certo, nella loro continua ricerca di altra gente, scoprono spesso in questo o quel paese persone simili a loro, di cui sanno tutto e che conoscono a fondo. Poi, una mattina, si svegliano sentendo che niente più li lega a quella gente e che niente li trattiene dall’andarsene anche il giorno stesso. Di colpo sentono il richiamo di altri lidi e altre genti, e ciò che ancora ieri li appassionava oggi è diventato insipido e insignificante.
Non si legano profondamente a niente, non mettono mai radici. La loro empatia è sincera ma superficiale. A chiedere loro quale tra i paesi visitati preferiscano, non sanno che cosa rispondere. Quale? Un po’ tutti, visto che in ognuno c’è qualcosa di interessante. In quale vorrebbero tornare? Nuovo imbarazzo: non se lo sono mai chiesto. Quello che sicuramente vogliono è ripartire, ritornare in pista. In fondo desiderano solo viaggiare.
Non si sa esattamente che cosa spinga l’uomo a girare il mondo. La curiosità? Il desiderio di avventura? Il continuo bisogno di essere stupito? Chi perde la capacità di stupirsi è un uomo interiormente morto. Chi considera tutto un déjà vu e non riesce a stupirsi di niente, ha perso la cosa più preziosa, l’amore per la vita. Erodoto è l’esatto contrario. Nomade infaticabile, sempre in movimento, sempre concentrato, sempre pieno di idee, di ipotesi e di progetti. Sempre in viaggio. Le rare volte in cui sta a casa (ma dov’è la sua casa?) è perché è appena tornato a un’altra spedizione oppure sta per intraprenderne un’altra. Per lui il viaggio è uno sforzo, un’indagine per arrivare a conoscere tutto: la vita, il mondo, se stesso.
Estratto da Stiamo nelle tenebre, circonfusi di luce da “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuściński, Feltrinelli ed.
Temevo di cadere nella trappola del provincialismo. Quello del provincialismo è un concetto che siamo abituati ad associare allo spazio. Provinciale è colui che pensa in termini di un ambiente ristretto e marginale, al quale attribuisce un significato universale. T.S. Eliot ci mette in guardia contro un altro tipo di provincialismo, quello del tempo. “Nella nostra epoca”, scrive nel saggio su Virgilio del 1944, “in cui la gente tende sempre di più a confondere la saggezza con il sapere e il sapere con l’informazione, e in cui cerca di risolvere problemi esistenziali in termini meccanicistici, nasce un nuovo tipo di provincialismo che forse merita un nome nuovo. È un provincialismo relativo non allo spazio bensì al tempo, che considera la storia una pura e semplice cronaca degli accorgimenti umani i quali, una volta compiuta la loro funzione, sono finiti nella spazzatura; un provincialismo secondo il quale il mondo è una proprietà esclusiva dei vivi, dove i morti non detengono quote di mercato. Il rischio di questo genere di provincialismo è che tutti quanti noi, popoli del pianeta, diventiamo provinciali in blocco e che a chi non è d’accordo non resti altra scelta che diventare un’eremita.”
Esistono quindi i provinciali dello spazio e i provinciali del tempo. Basta un mappamondo per dimostrare ai primi quanto siano ciechi e fuorviati dal loro provincialismo; basta una pagina di storia, comprese le Storie di Erodoto, per dimostrare ai secondi che il presente è sempre esistito.
Estratto da Stiamo nelle tenebre, circonfusi di luce da “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuściński, Feltrinelli ed.
Erodoto ci ha invischiato in un dilemma insolubile: da un lato consacra la vita al tentativo di conservare la verità storica, “perché le imprese degli uomini col tempo non siano dimenticate”. Dall’altro, la fonte principale da cui attinge le sue notizie non è la storia reale, ma la storia riferita, quindi ricordata in modo selettivo e vista attraverso il prisma personale e arbitrario di chi la riferisce. Non la storia come obiettivamente è stata, ma come i suoi interlocutori vorrebbero che fosse stata. È una contraddizione ineliminabile. Per quanto proviamo a minimizzarla o attenuarla, avremo sempre a che fare con la soggettività e con la sua azione deformante. In nostro greco, che se ne rende conto, si premunisce ripetendo in continuazione: “a quanto mi dicono”, “a quanto narrano” e “di ciò esistono varie versioni”. Non abbiamo mai a che fare con la verità storica, ma con una storia narrata e rappresentata a seconda di come la gente crede che sia stata.
E questa verità è forse la massima scoperta di Erodoto.
Estratto da Stiamo nelle tenebre, circonfusi di luce da “In viaggio con Erodoto” di Ryszard Kapuściński, Feltrinelli ed.


Virus del viaggio: ce l’ho.
Americana è uno dei miei libri preferiti!
Buona lettura e buon viaggio!
Beh, che dire, grande D.W.
I passi che preferisco sono i primi due da ‘Stiamo nelle tenebre…’
In particolare nel primo mi ci rivedo molto.
Grazie, miei pochi e fedeli lettori.
E i miei compliementi a zia LB.