Sono riuscita a recuperare uno dei due post che avevo smarrito la sera del crash del mio computer, di cui qui avevo già narrato. Era una recensione intimista sul concerto dei Marlene Kuntz a Sesto al Reghena; visto che questa sera vado a vederli di nuovo all’Asolo Free Music Festival, mi sembra il momento giusto per riproporla.
D.W.
Se non si parla solo di musica ma anche di poetica e fascino, nel mio personale Olimpo dei musicisti italiani ci sono già da un po’ Giulio Casale e Manuel Agnelli. Cristiano Godano l’ho sempre un po’ snobbato, forse perché al primo concerto dei Marlene che ho visto il tecnico dell’audio doveva essere un sordo. Cenerantola, invece, me ne esaltava le lodi: voce divina e braccia nerborute. Ma io continuavo a darle torto.
Devo ricredermi: dopo il concerto acustico di sabato sera a Sesto al Reghena, il signor Godano si è conquistato una nuova fan.
La location era quella adatta per creare atmosfera: alle spalle del gruppo, la torre dell’abbazia di Santa Maria. Pietra antica e semplici giochi di luci bicromatiche: rosso e bianco, giallo e arancio, verde e bianco, rosa e viola. Qualche candela tra il pubblico, seduto nella piccola corte del convento. C’è poco da fare: di bellezza architettonica ne sapevano molto di più quelli che ci hanno preceduto. Lo stesso evento in un centro commerciale avrebbe perso metà del suo significato emozionale; o si sarebbe dovuto spendere molto di più, energeticamente parlando, per creare qualcosa di vagamente gradevole. E Sexto unplugged, giovane festival friulano, merita: semplice, elegante, intenso.
Dopo ottocento concerti con la chitarra elettrica, per i Marlene questo era il primo con quella acustica. Un momento storico per il gruppo, che ha dichiarato di essere divertito ed eccitato da questa nuova esperienza.
Oltre ai loro pezzi, hanno suonato anche due cover: Siberia dei Diaframma e Because the sun dei Beatles. Quest’ultima tradotta in italiano, dimostrando che la nostra lingua può essere ritmica e flessibile quanto lo è l’inglese.
Hanno concluso al terzo bis con Lieve, suonata da seduti. Doveva essere la prima volta perché Cristiano si è chiesto quale poteva essere il risultato della fusione tra l’energia rock e un atteggiamento posturale più composto.
Il mio giudizio su tutto l’esperimento è ottimo: anzi, la contrapposizione tra il rimanere seduti e il desiderio di squarciare, turbare, toccare con i suoni e la voce rendeva ancora più palese l’inquietudine e l’immensità che il rock autoriale può raggiungere.
Ma, al di là delle opinioni pseudo – critiche, quello che mi premeva dire è che Cristiano l’altra sera non ha avuto paura di cantare come un poeta sensuale: emozioni a fior di pelle, estasi sensista, passionalità aggressiva, dolcezza istintiva.
Perché, sempre a mio modesto parere, è ora di toglierci dalla testa per un po’ tutti quei Leopardi gobbi e quegli Ungaretti in trincea (a cui va comunque il mio massimo rispetto). E combattere ancora contro gli stereotipi che sembrano sconfitti ma lavorano di soppiatto: come bellezza ed intelligenza non si escludono a vicenda per le donne, così i poeti possono essere sexy.
D.W.

