L’altro ieri è morto zio Macchinetta.
Zio Macchinetta era il fratello di mio nonno ed era soprannominato così perché, a causa di un intervento molto serio alle corde vocali, per parlare usava una macchinetta che avvicinava al collo per amplificare la voce. Logicamente il suono che emetteva era tutt’altro che melodioso e mio nonno imitava il rumore metallico delle sue parole, vanificando l’imbarazzo e facendo fare a tutti una grande risata.
Di zio Macchinetta ho qualche ricordo da piccola, ma non un granché se non consideriamo questa sua particolarità. A causa di incomprensioni in famiglia, a un certo punto i due fratelli avevano smesso di frequentarsi e poi persino di sentirsi.
Mio nonno, tre anni fa, è morto. E lui, insieme alla moglie e al figlio, è venuto al funerale. Erano trascorsi più di dieci anni di silenzio.
Ci sono immagini che colpiscono: per me una di queste è stata vedere zio Macchinetta in silenzio di fronte al corpo senza vita di mio nonno. Ritrovava davanti a sé un viso che non poteva immaginare come fosse invecchiato, se non guardandosi allo specchio; un corpo con il quale, prima di tutti noi, aveva avuto la confidenza fraterna che il crescere insieme regala.
Mentre tutti giravano intorno alla bara presi dal proprio dolore o impegnati a consolare quello altrui, da un angolo della camera ardente mi sono messa a fissare quelle due persone che si incontravano di nuovo, dopo tanto tempo: avrebbero avuto tantissime cose da dirsi ma non potevano più farlo. In quell’attimo ho visto la faccia del dolore che si chiama rimpianto, la sofferenza muta e sorda di quelli che si amano e non trovano le parole e i gesti per dirselo.
Dopo il funerale ci siamo ritrovati a casa dei miei genitori. Avrei voluto dirgli che avevo capito, e che anche mio nonno sapeva. Ho cercato di comunicarglielo con un sorriso perché, di fronte alle sue espressioni e al suo portamento, rivedevo così tanto mio nonno che non potevo rimanere insensibile. Spero che abbia capito.
Non ho un’idea precisa di cosa ci sia dopo la morte; ho la sensazione che qualcosa esista ma non saprei – né voglio – dargli una forma. Però mi piace pensare che oggi, in un qualche linguaggio a noi sconosciuto, il mio nonnino e zio Macchinetta potranno dirsi quello che desideravano.
La maggior parte delle cose che noi, umani viventi, riteniamo importanti sono delle gran cazzate se paragonate alla fine della vita. Se sapessimo non averne paura e non farne un tabù, la morte sarebbe un post it colorato che ci ricorda di vivere bene.
Ciao zio Macchinetta, fai buon viaggio!
D.W.

