E ora che ne sarà
Del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
Senza saperne nulla. Un imprevisto
È la sola speranza. Ma mi dicono
Ch’è una stoltezza dirselo.
(Eugenio Montale)
In pausa pranzo tra una scatola e uno scatolone, mi sono seduta in terrazza a respirare il sole autunnale. Nell’aria c’è profumo di vendemmia, di vino che fermenta.
Siccome mi sento depressa, ho immaginato questo mio stato d’animo inserito in una delle tante cornici di viaggio che ricordo: e, come per incanto, la depressione si è trasformata in nostalgia poetica, viva malinconia. Per me il viaggio è sinonimo di vita, ed anche dell’accettazione per le sue diverse sfumature, tristezze comprese. Da ferma non sto bene.
Ho pensato perché nella scoperta di altri luoghi avviene in me questa sublimazione: il motivo è che nel viaggio è concreta la sensazione di una nuova tappa che mi aspetta, dell’imprevisto che succede e sconvolge i piani, di un compagno di viaggio che mi tira per la manica e mi dice è ora di muoversi, cercare altrove.
La chiave della sensazione di depressione di oggi sta proprio nel non avere la vicinanza di un compagno di viaggio. La domenica è il giorno della settimana che attendo con più speranza e quello che inevitabilmente mi fa sentire la solitudine come una camicia di forza nella quale non riesco a muovermi.
È capitato anche domenica scorsa: una mail, un messaggio, un segno da un’amica lontana basta a trafiggermi con la gioia della sua esistenza e il dolore per la lontananza fisica. Perché in giornate come questa sarebbe bello entrare in una sauna e sudare insieme le nostre inquietudini; o bere un tè con i biscotti, coccolandoci mentre immaginiamo un viaggio che forse non avremo mai il tempo di fare; o andare al cinema, a fare shopping, a cenare fuori mentre riusciamo a parlare di noi attraverso i sensi delle piccole cose. Ma non è possibile: siamo lontane e so che ci manchiamo, a vicenda.
E in questo momento storico chi mi è vicino non riesce ad essermi compagno di viaggio. Ci sono tante persone che mi gravitano attorno e sono tutte così incasinate che ammettono di aver bisogno di lasciarsi guidare. In questo casino karmico e cosmico, ci sono giorni in cui riesco ad essere una guida decisa e propositiva, anche solo per farle svagare o per dare un’opinione su come occupare il tempo; in altri giorni, soprattutto la domenica, non ho la più pallida idea di quale sarà la prossima metà e non so tirarle per la manica e dire è ora di muoversi, cerchiamo di là.
Quello che mi tiene a galla, in giornate come questa, è la consapevolezza che anche ciò – come tutto – è transitorio. E forse necessario, per scoprire stati d’essere che ora non so neppure immaginare. L’immobilità è l’altra faccia del movimento: sono qui per imparare ad apprezzarle entrambe. Mi faccio forza pensando che questi sono gli effetti collaterali di quello smaltimento rifiuti di cui ho scritto ieri.
Per ora nuoto nell’aria tra i fantasmi: madri, padri, sorelle, amanti, mariti, compagni, bambini, adolescenti, vecchi, amici, nemici. Fantasmi buoni e fantasmi cattivi, orchi e streghe, fate e folletti. Il grande popolo della mia vita si accalca attorno e si impasta alle sensazioni quotidiane, trattenendomi chiusa dentro di me.
Ma l’ho già detto: uscirò. E saprò dire dove si va da qui.
D.W.

