Se è vero – come affermano le culture orientali – che la nostra natura è dualistica, affinché si manifesti il pieno abbiamo bisogno del vuoto. Vuoto come sensazione, atteggiamento, stato dell’essere.
E poi è proprio nel vuoto che si genera il nuovo; è lì che avviene la creazione. Lo sapevano sia Seneca (De otio) che Bertrand Russell (Elogio dell’ozio); lo cantano oggi gli Afterhours (Dalla noia nascon fiori unici); lo sanno istintualmente tutte le persone che amano leggere, scrivere, dipingere, fotografare, riflettere.
Ma nelle società occidentali il fare spazio alla creatività, che necessita appunto di una fase di vuoto, ha assunto spesso una connotazione negativa. Così l’ozio è padre di tutti i vizi, il tanto acclamato business si potrebbe definire come la negazione dell’otium (non per niente in latino veniva definito neg-otium) e l’affermazione di Aristotele per cui la natura aborre il vuoto non si riferisce più solo ad una condizione fisica ma piuttosto ad una concezione metafisica.
Se guardiamo alle nostre educazioni e alla vita di tutti i giorni, a me pare che questa connotazione negativa abbia prevalso su quella positiva. Lavorare è diventato un valore oltre che una necessità (il Nordest in questo è maestro); ci si riempie la vita di impegni, anche fittizi, pur di rifuggire il vuoto, che risuona più come sinonimo di solitudine che di creazione; nei pochi momenti in cui ci concediamo l’ozio non siamo più in grado di goderne perché la mente è sovraccarica di pensieri.
A mio parere è prevalsa nella mentalità comune e nell’inconscio collettivo la connotazione negativa del vuoto perché per il sistema (considerato in quanto esistente, senza giudizi di merito) è destabilizzante. Intanto, per creare il vuoto, abbiamo bisogno di far evacuare il pieno e quindi di liberarci di ciò che ci occupa la mente: per fare questo c’è bisogno di tempo, di volontà, di risorse mentali che il sistema pensa potrebbero essere impiegati più proficuamente nel negotium. E poi nel vuoto può succedere che venga messo in discussione ciò che pensiamo, facciamo, viviamo nel tempo che non è otium; e che a questa consapevolezza acquisita si possa reagire o con la perdita di senso, la depressione e le ossessioni o con la creazione – usando immaginazione, fantasia, poesia – di alternative a ciò che non riteniamo più degno di riempire il nostro spazio.
Se quindi la natura umana è dualistica, è la qualità del vuoto a determinare quella del pieno: senza una ricerca del vuoto il pieno non può essere un’esperienza autentica ma solo un ammasso di scarabocchi e rumore.
Tutta questa dissertazione – che spero non risulti troppo banale vista la vastità dell’argomento – è un tentativo di riordinare i pensieri e il nuovo vissuto di questi giorni. Con l’inizio del 2009, essendo una libera professionista e trovandomi nelle condizioni per farlo, ho deciso di limitare il tempo del negotium alla mattina: quattro, cinque, sei ore lavorative (con le dovute eccezioni, se necessarie) nella prima parte della giornata per poter poi godere dell’otium in quel che resta, nei pomeriggi e nei weekend. Tempo per affrontare e vivere il vuoto, augurandomi che generi quei fiori unici di cui parla Manuel.
D.W.


Cara Dea, la tua dissertazione non è per nulla banale, anzi. E spiega perché sempre più spesso non sappiamo cosa dire e cosa dirci: non abbiamo più il tempo per pensarlo. Buon per te che riesci a ritagliarti il tuo spazio per l’otium. Io lo sto facendo oggi per la prima volta dopo non so più quanto tempo.
Buon otium!
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Sono contenta di averla scritta perchè funge anche a me come promemoria: non vorrei dimenticare i buoni propositi con l’inizio di febbraio