Mi sono sempre dichiarata una evoluzionaria, piuttosto che rivoluzionaria. Pensavo che per cambiare il mondo bastasse cambiare se stessi rendendosi capaci di spargere sempre più amore attorno a sé e che, di fronte all’evidenza di questo amore, anche gli altri sarebbero cambiati. Non so se fosse ingenuità o arroganza. Mi costa ammettere che le cose non funzionano così. O, almeno, non sempre.
Nei recessi del mio cuore non voglio abbandonare l’idea che sia l’amore a vincere, non voglio trasformarmi in una persona violenta. Ma ci sono giorni in cui il cielo che continua a piangere mi fa pensare che, usando delle parole di Gazzè, tutto quell’amore disperso non era previsto.
Perché a volte le persone usano l’amore altrui, il mio compreso, per evitare di crescere: le proprie convinzioni dolorose, se paragonate all’impegno che richiede il cambiamento, sembrano improvvisamente comode ed insostituibili. Ed io, e noi, faccia a faccia con questo atteggiamento, credo che abbiamo il diritto e il dovere di reagire.
Per un mondo migliore vorrei auspicare che la reazione non scenda mai sul piano fisico e che sia possibile, anche in termini emozionali, addolcirla nella forma; ma se dall’altra parte – per pigrizia, ignoranza, timidezza, debolezza, brama di possesso – si vive arroccati sulle proprie posizioni, non vedo altra soluzione che uscire momentaneamente dalla propria e usare il linguaggio dell’altro per stanarlo da dove si è nascosto.
Ripeto: non mi piace ammettere, neppure di pensare, queste cose. I grandi sognatori che ammiro – Ghandi ed Obama, per citarne due – non si sono adeguati al linguaggio altrui per diffondere le proprie parole. E’ stata la forza di quelle parole a parlare da sola, a vibrare potente nell’aria. Ma questo è quello che rimane nella storia, che percepiamo mediaticamente. Forse, nel loro intimo, della sana violenza hanno dovuto usarla anche loro per riuscire a far rispettare i propri confini, a tirarsi fuori dal fango in cui gli altri li volevano annegare.
Il problema rimane sempre uno: trovare l’equilibrio. Il punto migliore, secondo me, non è a metà strada tra gli opposti, ma dove gli opposti coincidono: dove violenza e non violenza si abbracciano, dove gioia e dolore fanno l’amore.
In viaggio, alla ricerca di una terza via, a metà tra quelle già conosciute.
D.W.


Bella questa riflessione ma:
-dove e in che modo violenza e non violenza si abbracciano?
-dove e in che modo gioia e dolore fanno l’amore?
Mi sa che non ho mica capito
E’ uno stato d’essere, non una formula matematica. E, sinceramente, se sapessi come spiegartelo sarebbe per me un gran passo avanti. Perchè le tue domande fanno parte della mia ricerca quotidiana. Comunque, ci provo.
Quello spazio è un luogo dove non esiste una visione del mondo fatta di dicotomie, ma piuttosto delle diversità – anche apparentemente in contraddizione – che si danno una mano per essere pienamente se stesse, senza che l’una renda impossibile l’esistenza dell’altra.
Un po’ contorto, me ne rendo conto. Troverò parole migliori.
e già purtroppo queste riflessioni sono un utopia..tutti sono bravi a parlare ma nell’agire nessuno o la maggior parte scade..me compresa..cercare di applicare i fatti alle parole ma non è facile..soprattutto in questi tempi e su questi temi..l’uomo è la rovina di se stesso..egoista..egocentrico …insensibile..opportunista..
Siamo umani, ed è il caso di accettarlo. Però tante cose che un tempo erano utopia sono diventate realtà: quindi io continuo a credere che, guardando più in là di dove siamo senza perdere il contatto con la realtà, il nostro cammino abbia un senso.
Grazie di avermi letto.