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Ora o mai più

Sono una persona che si emoziona per poco. Mi piace perché mi fa notare molte sfumature della vita che altrimenti mi perderei; a volte però è difficile gestire l’ansia collaterale di una vita su microscopiche montagne russe. Allora scrivo, perché mi sembra di ritrovare il filo di me.Domani mattina parto: vado a Bruxelles a compiere trent’anni. Mi ritrovo con gli amici che mi hanno accompagnato nel viaggio in Brasile (perché FreedHomE non lo sapeva, ma per il Carnevale per la prima volta sono stata in Sud America a ballare nelle strade). Loro sono la mia family, una delle famiglie senza vincoli di sangue o di legge che per me ho scelto. Mi emoziona la partenza e mi emoziona compiere trent’anni.

Per chi come me è nato in un anno con lo zero finale, il cambio di decennio del mondo corrisponde con il proprio. Così sono finiti gli anni Zero e sono finiti i miei vent’anni. Non guardo al passato, l’ho già fatto e lo sto continuando a fare solo per distillare ciò che mi tornerà utile in futuro.E guardando avanti, oggi voglio mettere nero su bianco una sorta di riflessione – proposito. A trent’anni hai finito quella fase della vita in cui qualcuno decide per te e, anche quando sei tu che decidi, i condizionamenti non sono così lontani perché non influiscano sul tuo essere. A trent’anni ormai puoi dirti un’adulta. Hai finito di crescere.Quando finisci di crescere logicamente dovrebbe iniziare la decrescita. Ma chi l’ha detto? Se la fine del processo di decrescita è la morte, anche se sono tentata di interrogarmi, ho deciso di aspettare. E’ troppo presto ed imprevedibile, non ne vale la pena. E per statistica avrò almeno un’altra quarantina d’anni di fronte (per statistica, appunto). Allora quello che inizierà domenica è un grande decennio: non c’è da preoccuparsi nè per il passato nè per il futuro ma solo costruire liberamente il presente. Ed è così che voglio affrontarlo. Oggi un collega mi ha detto che me la sto raccontando; un’altra diceva che, mentre io la consideravo la parte migliore della vita, per lei è la peggiore perché non hai né l’incoscienza dell’infanzia né quella della vecchiaia. Per me l’incoscienza non è un dono. Adesso, anche grazie alle batoste, ho imparato a proteggermi. E sapersi proteggere è una gran bella cosa.
Allora, te lo dici o no cosa chiedi a te stessa per questo decennio?Ecco qui.Voglio un rapporto sereno con me stessa: ho lottato per conoscermi e alla fine ci sono dei difetti ma anche tanti pregi. Bilancio positivo, tranne che il sapersi amare. Voglio amarmi. Voglio rendere realtà quel concetto di famiglia che ho tanto teorizzato in questi anni. Una famiglia in cui, come detto sopra, non conta il sangue e la legge ma il piacere delle similitudini e delle differenze. Una famiglia itinerante, che amandosi si incontra e si scontra, che danzando si unisce e si libera. Con J, con gli amici e le amiche, e chissà anche se con un bimbo (questo non voglio deciderlo, ma solamente ascoltare la vita).Voglio viaggiare. Io non sono una che vuole fermarsi, ci sono ancora paesaggi e persone da conoscere e godere. Voglio andare in Giappone, in Thailandia, a Cuba. Voglio vivere a San Francisco per un po’, attraversare l’America e la Russia, tornare in Brasile. Voglio scrivere. Dare spazio alle parole perché diano forma al mio mondo e mi mettano in contatto con gli altri, perché siano il mio strumento per lasciare un segno in questo mondo. Voglio guadagnarmi da vivere onestamente, senza considerare il lavoro un fine e rendendolo un mezzo che, in quanto tale, non può essere caricato di dolore. E voglio goderne i frutti con gioia. E voglio sentire la libertà, qualsiasi cosa succeda.
Mi lascio andare, con fiducia.

Da “Cent’anni di psicanalisi… e il mondo va sempre peggio” di Hillman e Ventura

Dal capitolo: Che dire dell’osservatore?

“Marie Louise von Franz dice che la civiltà occidentale ha posto sulla spalla di ciascuna donna un uomo simile a uno gnomo, il quale non fa altro che ripeterle che sbaglia, che sbaglia, che sbaglia. Così si è insidiato una sorta di Osservatore artificiale e oppressivo. Quando parlo di questa immagine con delle donne (specialmente con delle scrittrici) queste sono entusiasticamente d’accordo con la von Franz: anche loro condividono l’esperienza di una voce quasi letterale che bisbiglia nell’orecchio: “No, no, quello che hai fatto non va bene, non vale nulla, stai sbagliando”. Secondo la concezione della von Franz (anche se lei usava espressioni un po’ diverse), le donne dovevano imparare a ignorare quello gnomo e a riconoscere il loro vero Osservatore, che non è stato messo lì dalla civiltà e che la civiltà non può eliminare.”

“La nostra cultura è estremamente limitata riguardo a ciò che viene concesso di prendere in considerazione, e questa limitatezza fa sì che la gente si senta terribilmente isolata.
E’ questa la vera ragione della censura, sia della censura diretta dello Stato, sia della censura per rifiuto dell’accademia: quante più sono le cose che non vengono espresse, tanto più la gente si sente sola e tagliata fuori. Quando certi sentimenti rimangono inespressi nella cultura, la gente crede che essi siano cattivi o folli, e quindi si fida di meno dei propri; e allora è più vulnerabile alla pressione dall’alto.”

“In un mondo come il nostro, dove quello che consideriamo normale è un nauseante compromesso tra la quantità di noia che possiamo tollerare e la quantità di rifiuto che possiamo difendere, un pensiero nuovo e nuove esplorazioni sono spesso espressi nella forma della psicosi.”

Silenzio dissenso

In questo periodo fatico a condividere i pensieri passeggeri scrivendo. Sarà che con me stessa ho imparato a parlare anche senza mediarmi tramite un foglio bianco; sarà che adesso con le parole sto provando a fare altro. Ma non mi è più necessario come quando è nato questo blog, due anni fa.

Ma, rinchiusa tra le mie pareti come sto vivendo queste settimane, mi manca la condivisione. E FreedHome, nella sua breve ma intensa vita, ha alimentato con piccole bottiglie digitali chiamati post la sensazione di non sentirmi sola. E, quando leggo – vedo – sento qualcosa di bello, per fortuna ancora ho lo stimolo a volerlo comunicare perchè si diffonda.

Perciò ci ritento di nuovo con il proposito di farmi vedere più spesso. Magari lasciando un video, un link o una citazione.

E’ passato il compleanno di questo spazio e il compleanno di εγω; è passato Natale e Capodanno; è passata la fine di un decennio e l’inizio di uno nuovo. Anche oggi per me c’è un piccolo anniversario da festeggiare di un passato lontano. Auguri a me e auguri a tutti per quel che è andato.

Ora ho voglia di guardare al futuro.

D.W.

In quanto già peccato

Ho salutato tutti come se fossero loro a partire. E in effetti sono quelli che si metteranno in macchina per andare in montagna, in città, al mare. Genitori, amante e fidanzato, amiche amici colleghi. Uno o due superstiti sociopatici in un landa che già normalmente mi sembra desolantemente sparuta. E, appena ho chiuso la porta sull’ultimo sorriso (felice che fosse leggero), mi sono accorta che anch’io stavo per partire. Anzi, ero già pronta. Niente valige da preparare, un letto sfatto e un vasca piena d’acqua calda, le dita infiammate. Fuori la pioggia. Play al cd degli Elettrofandango e al tempo della solitudine creativa.

Ho intenzione di non farmi mancare niente in questo viaggio: c’è sauna e bagno turco nel raggio di un chilometro per i momenti healthy, un massaggio hawaino per quelli sexy; kebab, pizza e take away indiano per i momenti lazy, la quinta serie di Grey’s Anatomy per quelli dull. Sta per arrivare il pc portatile nuovo e ho voglia di scrivere. Forse riuscirò perfino ad onorare al mio impegno di shopping che, per quanto sia strano, per me è più faticoso che lavorare. Penserò a un viaggio in movimento da organizzare. Temevo di essere in compagnia di mostruosi fantasmi, e invece sento solo la dolcezza del rock. Vita che pulsa dentro.

Così torno a FreedHomE, e dedico qualche riga a questo blog. Sono stati mesi di lavoro intenso, organizzativo e creativo. Mi sono fatta il culo e sono soddisfatta. Con quello che sono adesso ci convivo molto meglio di un anno e mezzo fa, quando ho fatto nascere questo spazio. Però mi ero dimenticata quanto bello fosse buttare là un pensiero, sapere che qualcuno lo condivide a distanza e che non ci sono obiettivi da raggiungere. Solo parole da far girare.

I blog sono in crisi. Facebook è più veloce, siamo esseri pigri. Ma io lì non mi sento a casa, qui sì. Qui c’è spazio: chi vuole legge, chi non vuole no. Sarete rimasti in due, tre o nessuno. Non mi importa anche se rimango sola; se siamo in tanti, meglio. Intanto io sono tornata. E continuerò a farlo, con discontinua regolarità. Per lasciare una fotografia della mia vita tra queste mura ancora arancioni.      

I Massive Attack li avevo visti a Londra, alla Brixton Academy, nell’aprile del 2003. Un concerto di cui non ricordo quasi nulla se non una sensazione: era stato uno show meraviglioso. Non chiedetemi che canzoni hanno suonato, quale mi era piaciuta di più. Ancora oggi non mi interessa. Quello che mi è rimasto dentro è stato lo stato di trance catartico che mi sono goduta in quelle due ore di musica e ballo e la scenografia sulla quale suonavano: un enorme schermo sul quale passavano parole e dati. Cifre che dicevano quante persone stavano nascendo e morendo in quel momento, quanti dollari venivano spesi per le guerre in corso in quel periodo; parole che facevano viaggiare attorno al mondo e dentro di sé.

Ieri sera sono tornata a vederli a Conegliano. Ero scettica, prima di comprare il biglietto: che i gruppi peggiorino non è una novità e la platea veneta mi attirava meno di quella inglese. Ma è capitato che, per coincidenza, ci sarei potuta andare con gli stessi compagni di viaggio dell’avventura londinese che, a distanza di sei anni, rivedevo per la prima volta contemporaneamente. Affascinata da questo incastro, mi sono lasciata convincere. Ed è stata tutt’altro che una delusione.

La musica è quella di sempre, io più lucida e serena. E ho cercato di osservare i musicisti per capire cosa mi avevano fatto quella volta per rimanere così impressi nella mia coscienza. E l’ho afferrato: hanno qualcosa da dire. I suoni sono lo strumento medianico con il quale veicolano nella coscienza il messaggio; il messaggio è quello che scrivono alle loro spalle. Messaggi coraggiosi e chiari, senza paura di essere fraintesi e censurati. Hanno parlato dei dollari spesi per le spese mediche mensili in Nigeria ($ 6 procapite) e dei numeri con lunghe code di zeri dei colossi assicurativi e finanziari; hanno usato il loro potere per ripresentare citazioni sulla libertà di grandi uomini, da Rousseau a Malcom X.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato che hanno saputo declinare il messaggio al luogo. E così, sulle note di Inertia Creeps (notare bene l’accostamento :-)), hanno fatto scorrere frasi che riguardavano la cronaca italiana: dal caso Mills al lodo Alfano, dal ragazzo picchiato in carcere a Marrazzo. Dalla folla si è alzata pura energia. E, quando hanno concluso lasciando il senso di quel collage di fatti e accadimenti, personalmente ho sentito un brivido: gli innocenti non hanno niente da temere.

Ecco, in una serata di un novembre in cui non si può parlare con qualcuno senza esprimere sdegno e vergogna, sono arrivati gli inglesi a dirci come si fa. L’onestà intellettuale è naturale, in qualche luogo lontano da qui.    

D.W.

Viviamo in una società che ci vuole anoressici. O, al massimo, bulimici.
Perchè chi non mangia, o mangia e poi vomita come se nutrirsi fosse peccato, ha un solo tipo di energia: quella dei nervi che comandano di sopravvivere perchè così c’è scritto nel nostro Dna.
Chi non si nutre è meno pericoloso. Prima o poi stramazza, esaurito. Ha la forza necessaria per adempiere al minimo necessario ma certamente non ha tempo e voglia di pensare, di sentire, di creare.
Che questa società ci voglia innocui mi sembra abbastanza palese. Chi è innocuo non genera cambiamento. Chi è innocuo lascia che siano gli altri a decidere non solo la vita che succede ma anche la reazione a quella vita che capita. Chi è innocuo è un morto che cammina.

Per la fortuna e l’intraprendenza che ho avuto di viaggiare, ho visto persone e popoli che hanno fame nel senso materiale del termine. E’ terribile, non c’è dubbio. Ma quello che mi aveva più colpito è che a quella gente non mancava un sorriso sulle labbra. Avevano il desiderio di cantare, ballare, toccarsi, celebrare la vita.
Noi no. Noi, arrogante popolo occidentale che guardiamo sempre gli altri pensando di dover insegnare loro qualcosa, non abbiamo fame di cibo ma neppure di vita. Siamo popoli anoressici, emozionalmente.

Ieri, ascoltando di nuovo la musica che ascoltavo prima di partire e tornare in me stessa (come dice una mia amica, io ritorno quando parto), ho sentito con occhi nuovi una frase di “Piromani” di Le luci della centrale elettrica:
E tornino a scoppiare a ridere le nostre madonne bulimiche.
E tornino a crepare – ma dal ridere –
le nostre madonne anoressiche…
In questo viaggio ancora impacchettato sul pavimento di casa, ho riso come erano anni che non mi capitava di fare. Ho riso con pezzi di pancia che mi ero scordata di avere. Ho riso con le lacrime, quelle di cui gli occhi hanno bisogno per lubrificarsi ma che non per forza devono uscire per disperazione. Ho riso lasciando che gli amici e la vita mi facessero tremare l’anima, fiduciosa che non c’era nessuno che voleva farmi del male.
So cosa vuole dire essere una madonna anoressica, e so che nel luogo in cui vivo questo è quello che vorrebbero per me perchè fa comodo, a loro. Però so anche che ci sono poche (ma ottime) persone che per me desiderano quelle risate piene di nutrimento, che vogliono vedermi florida e felice e sentirmi ridere.
E anche se appena ho toccato il suolo metallico della mia terra d’origine mi sono sentita spezzata in due come se avessi ricevuto un pugno nello stomaco, sono convinta che ciò verso cui voglio tendere sia di nuovo quella risata. Tonda, viva, completa. Una risata di felicità per chi vuole condividerla con me; un ghigno feroce verso chi non ha capito un cazzo della vita e vuole spacciarmi le sue verità come le uniche possibili.

Vorrei che questa fosse la mia rivoluzione. Non la vedo come una cosa facile, purtroppo. Ma c’è una parte di me che adora le sfide. E io, adesso, mi ricordo quello per cui vale la pena lottare.

D.W.

Mi sono svegliato e…

In questo risveglio di fine settembre potrei scrivere tutto e niente.
Sul pavimento di FreedHomE c’è ancora uno zaino avvolto nel cellophane e una fascetta di plastica con scritto “Beijing Capital International Airport”. Prima di aprirlo aspetto di aver esaurito le lacrime che l’impatto con quella che chiamano la realtà quotidiana mi ha fatto vomitare.
Dentro quello zaino c’è un sogno. Un cerchio che si è aperto il 7 settembre e che si è chiuso ieri. Un enorme pacco regalo del destino in cui è contenuta la capacità di essere me stessa senza paura e forgiare di conseguenza la vita intorno a me. Uno scrigno in cui ho assaporato nuovamente la profonda similitudine con le mie anime gemelle e il gusto della diversità di ogni terra, di ogni essere umano, di ogni emozione. Un carillon che mi ripete con sicurezza che le cose che io sono in modo importante sono tre e che tutto il resto è solo energia da trasformare.
Quelle cose che io sono stanno in tre parole: viaggiatrice, scrittrice, amante. Non importa l’ordine perchè sono così strettamente collegate tra di loro che togliendone una vengono a mancare anche le altre.
Per oggi, e per domani, e per dopodomani, ho solo un sogno: che il cerchio di energia che si è formato tra Hong Kong e Pechino, nelle terre sconfinate e violentate di una Cina che non può dimenticarsi di essere Asia, si rompa in uno dei suoi infiniti punti e inizi a srotolarsi come una linea continua nel mio presente. Un presente prezioso, che non voglio sprecare nei lamenti e nei rimpianti e nelle insicurezze e che vuole essere viaggio anche quando non ci sono chilometri on the road da bruciare sotto i piedi.
Quello che l’Asia mi ha ricordato è che non possiamo controllare ciò che succede intorno a noi ma che abbiamo piena libertà di scelta sulla nostra reazione a ciò che capita. La mia è un’anima nomade; e voglio che questo sia un dono, non una maledizione. Sta tutto nella mia prospettiva; e io ho capito che a qualsiasi latitudine o longitudine io sono felice se mi sento nel flusso della vita.
Qui, dove la vita è ingabbiata in una società che non mi rispecchia, io so come devo reagire: risvegliare sensi e Sensi più profondi per tirare fuori le emozioni dell’infinito dalle gabbie in cui le hanno rinchiuse. Anche se lo so, non è facile farlo. Ma ho il diritto e il dovere di provarci.
La cultura igienica occidentale mi detterebbe di farmi una doccia, ma ho paura che l’acqua si porti via l’odore di viaggio della mia pelle. Mi laverò, prima o poi: ma solo quando sarò certa che quel profumo io lo possa sentire fuoriuscire da dentro. Perchè quello che ho dentro è un sogno e non permetterò ai mostri sotto il mio letto e agli incubi che vedo fuori di portarmi via quello che sono e che voglio essere.

D.W.

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